[....Vivo come un cammello in una grondaia, in questa illustre e onorata società!
E ancora, sto aspettando, un'ottima occasione per acquistare un paio d'ali,
e abbandonare il pianeta.
E cosa devono vedere ancora gli occhi, e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste il male...
se fossi un po' più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene, e inutili dolori....]


SAKURA


[...In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita nell'incerto cammino del ritorno...]



[...shizukani tokino kizuni kurushimu murewo kundewa tobanai taka furuki oshiewo tadotte kokoronomamani konokanashimiwo norikoete...]





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G.A.Romero & D.Argento


J.Carpenter


D.Aronofsky


W.K.Wai


S.Lee


Miike Takashi


Tim Burton


David Lynch





...quanti elefanti saranno mai passati di qua??!!
*loading*...elefanti si dondolavano
sopra il filo di una ragnatela
e considerando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante...

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicitá. Non puó pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001


giovedì, dicembre 11, 2008
 

L'incubo d'amore di Kim Ki-duk

Dream (2008)

Il cinema di Kim Ki-duk trova una nuova dimensione onirica in questo Dream, una favola cupa d'amore e morte che insinua dubbi e instilla tormento nello spettatore.
L'incubo d'amore di Kim Ki-duk
"Un giorno ho fatto un sogno: stavo dormendo nella mia macchina mentre un amico guidava per me, quando abbiamo avuto un incidente. Stranamente al mio risveglio, ho avuto la sensazione di essere stato io a causarlo. Non ero ancora completamente sveglio quando ho cominciato a scrivere questa storia. Lo stato a metà tra la veglia e il sonno potrebbe essere un sogno o un incubo. Come quando camminiamo per la strada della vita: incontriamo gente che siamo destinati a incontrare e non c'è modo di evitare che i percorsi si incrocino". Kim Ki-duk

Ancora una volta il dolore come sublimazione dell'amore tra uomo e donna: è il tradimento a scatenare le declinazioni più estreme della rabbia e della follia, l'ineluttabilità del destino a dettare le regole del gioco, l'arte insieme ai colori e alle luci della città gli unici spiragli di salvezza. Ma stavolta è il sogno (o l'incubo, a seconda delle interpretazioni) ad ossessionare e a cadenzare il delirio immaginifico del cinquantenne regista sud-coreano: il sogno di un amore eterno, il sogno come oasi in cui si materializzano nel nostro inconscio paure e desideri nascosti, in cui prendono corpo stranezze e paradossi, un mondo parallelo in cui tutto diviene possibile e plausibile, una dimensione spazio-temporale in cui poter incontrare chiunque e qualunque cosa, in cui per una strana forma di telepatia si può arrivare persino a condividere lo stesso dolore con altri. Per il maestro Kim Ki-duk il sogno diviene tutt'uno con la realtà fino alle estreme conseguenze, si materializza fino a condizionare l'esistenza di chi lo vive, a provocare azioni incontrollate accompagnate da una lenta ed inesorabile metamorfosi fisica e mentale. Un viaggio verso la libertà, verso la felicità, verso il perdono, un percorso lungo e tortuoso che accompagna la fine di ogni storia d'amore, che costringe ogni amante ferito al confronto con gli errori del passato e lo conduce attraverso la ricerca di nuovi stimoli e nuove passioni sino alla fatidica liberazione. Nei casi più disperati alla morte.

Jin è un artista nell'intagliare il legno, Ran cuce abiti coloratissimi e soffre di una grave forma di sonnambulismo. Entrambi vivono in una casa che è anche il loro laboratorio creativo, un ambiente intimo e silenzioso in cui entrare in contatto con la propria anima. L'uno ignora l'esistenza dell'altra fino a quando una notte Jin non si sveglia di soprassalto dopo aver sognato un incidente stradale da lui provocato. Turbato dall'estremo realismo dell'esperienza vissuta esce, prende la macchina e si reca nel luogo incriminato scoprendo una tragica realtà: l'incidente è avvenuto davvero ma a provocarlo è stata Ran che però non ricorda assolutamente di essere uscita di casa. Le prove schiaccianti della polizia costringeranno i due ragazzi a fare i conti con una incredibile verità: quel che Jin sogna di notte Ran lo mette in pratica durante le sue crisi. L'analisi del caso con un esperto rivelerà che i due giovani si trovano agli 'opposti dello spettro' a causa di una storia d'amore irrisolta: Jin è ancora profondamente innamorato della sua ex-fidanzata, la sogna ogni notte nelle situazioni più disparate mentre Ran tenta di dimenticare un uomo che detesta e che per colpa di Jin è costretta a sognare ogni notte. Amore e odio, due forze uguali e contrarie che nel sonno uniscono due destini fino a schiacciarli l'uno contro l'altro. Non servirà flagellarsi di dolore per evitare di dormire e salvare l'altro, né dormire a turno o ammanettarsi l'uno all'altra per evitare le estreme conseguenze di quest'assurda simbiosi. La soluzione sta nel perdersi in un unico grande e profondo desiderio di amare ancora, in questa o in un'altra vita.

Non c'è sonno che distingua la notte dal giorno, non c'è amore che sia bianco o nero, non c'è vita che si nutra solo di realtà o solo di sogni. Il cinema di Kim trova una nuova dimensione onirica in questo Dream, una favola cupa d'amore e morte che insinua dubbi e instilla tormento nello spettatore, che lo accarezza per un'ora accompagnandolo in un viaggio incoerente e surreale tra due dimensioni portandolo sulla vetta più alta per poi lasciarlo cadere nel vuoto verso la fine, quando arriva di colpo la svolta e il cineasta sferra il colpo del k.o. con una veemenza agghiacciante.
E' questo il cinema di Kim Ki-duk: sorprendente, sadico, crudo, eccentrico, irrisolto e irrisolvibile, deliziosamente incoerente, sregolato, angosciante, sempre meno lineare, sempre meno classificabile, sempre più suggestivo. Tante le lacune di sintassi, diverse le ingenuità di scrittura e forse qualche banalità di troppo nella costruzione della storia, errori che da uno come lui non ti aspetti; ma alla fine questo Dream è solo l'accezione più profonda della cinematografia di questo straordinario autore. E' poesia pura, è doloroso silenzio, è emozione, è scontro-incontro con la psiche, è sensazione, è un contatto quasi fisico con i sentimenti e con i personaggi, è l'amore narrato con un linguaggio assai diverso da quello cui siamo abituati noi occidentali, più elevato, più vivido, di un'autenticità quasi disarmante.

Cinema d'autore senza mezze misure quello racchiuso in Dream, per molti, ma non per tutti. Chi ama Kim Ki-duk lo amerà ancora di più dopo questo film, chi lo giudica in declino commette una sconsiderata leggerezza.
sussurrato da sushi | 11:14 | commenti
 
Il neodirettore del Tff scherza: è la nostalgia di Moretti che vi fa accontentare di me?

E’ appena arrivato e già vorrebbe nascondersi: per piacere, dimenticatemi. Ci sarò, darò tutto, ma voi non fate caso a me. Il Torino Film Festival con Gianni Amelio volta pagina. E non vuol dire che sarà meglio o peggio. La prima sensazione è che il suo Festival sarà altrettanto felice di quello morettiano. L’esplosione di sorrisi, ieri alla sua nomina ufficiale, era lì a lasciarlo intendere. Sul suo «peso» cinematografico, nessuno discute. Cambia l’abito, questo sì, e per capirlo non resta che stare a sentire l’Amelio-pensiero: «Non aspiro a essere il direttore d’orchestra di quest’opera, ma il regista: è quello che lavora molto e nessuno nomina». «Sogno un Festival normale, inteso come valore aggiunto in mezzo ai festival di mezzo mondo. Molti sono diventati troppo invasivi. A Torino ho sempre trovato un ambiente simile solo al Sundance e a Rotterdam: c’è affinità tra chi fa i film e chi li guarda». E poi l’ironia: «E’ la tristezza che sia andato via Moretti che vi fa accontentare di me? Questo Festival non è nato ieri né l’altro ieri. Nemmeno io riuscirei a distruggere il patrimonio costruito in questi anni».

Gran sospiri di sollievo dai vertici del Museo del Cinema, come di chi l’ha fatta grossa e in quattro giorni dalla rinuncia di Moretti ha tirato fuori un asso già bello e pronto, che era lì ad aspettare da tempo. Il toto-successione? Mai esistito. «Che tentazione venire qui oggi ad annunciare che il direttore sarebbe stato Pupi Avati, così tanto per dire un nome su cui nessuno aveva ancora scommesso - scherza il direttore del Museo Alberto Barbera - . Il fatto è che quando Nanni ha abdicato per il suo film, non ci ho pensato un secondo e ho chiamato Amelio». E svela un retroscena: «Due anni fa, con la crisi del Tff che ha poi portato alla nomina di Nanni, io avevo due soli nomi in testa: Moretti e Amelio. Perfetti entrambi, seppure diversi. Chiamai Nanni per primo unicamente perché ci conoscevamo bene fin dalla metà degli Anni 70. Ed ora, eccoci qui». «Ha la cultura e la passione del cinema - precisa il presidente del Museo Sandro Casazza - per inserirsi in modo ideale nella tradizione del Festival».

Torino che Amelio, calabrese trapiantato a Roma, conosce bene e che ama, «qui ho girato un film importante, Così ridevano», e dove ha intenzione di trovare casa: «Sarebbe una frustrazione lavorare per il Festival da chilometri di distanza. In questa città sento di essere al posto giusto, e con la squadra giusta. E poi c’è Emanuela Martini che la guida, so che non mi permetterà di sbagliare». Nomi, rassegne, anticipazioni? Troppo presto, «Penserò agli spettatori, ai bei film, quelli che si colgono al volo». E citando un titolo di Mazzacurati il regista Leone d’oro ha ricordato «l’importanza di recuperare “la giusta distanza” verso le cose importanti, come insegnano i filosofi». «Non voglio che si lavori in un clima isterico. Lasciamolo ad altri. Mi auguro - ha proseguito -, se mi vorrete ancora, di fare meglio l’anno successivo, quando avrò potuto lanciare i miei ami». «D’altronde il suo è un contratto due più due», dice ridendo Barbera. Mentre Gianni Amelio, per far capire bene com’è, lascia cadere che la prima cosa che farà a Torino sarà quella di andare per sale. Il cinema, prima di tutto.
sussurrato da sushi | 11:03 | commenti
 
"Tony Manero" conquista il TFF
Tre premi per il film di Pablo Barrain.
La giuria sceglie "Prince of Broadway"
TORINO
Come da pronostico, "Tony Manero" del regista cileno Pablo Larrain è stato premiato come miglior film della 26esima edizione del Torino Film Festival. La pellicola narra la storia di un disoccupato innamorato di John Travolta nel film "La febbre del sabato del sera" e che come unico sogno ha quello di interpretarlo in un film prodotto in Cile. Parteciperà infatti ad una selezione per il miglior Tony Manero del paese sudamericano ma senza quella fortuna che era certo di essersi conquistato anche a costo delle peggiori violenze sulle persone che gli stanno accanto.

Premio speciale della giuria a "Prince of Broadway", uno dei migliori film americani visti in questo festival vagamente ispirato a Cassavetes: è la storia di un ghanese che cerca di sopravvivere vendendo merce taroccata per le vie di New York. Emmanuele Devos per il film belga "Non-Dit" di Fien Troch è stata premiata quale migliore attrice, Alfredo Castro per il ruolo da protagonista in Tony Manero quale miglior attore. Nella sezione documentari italiani, la giuria ha scelto "Napoli Piazza Municipio" di Bruno Olivero, mentre il premio speciale è andato a "Rata nece biti" (Non ci sarà la guerra) di Daniele Gaglianone. Nei cortometraggi, premio come migliore a "A chi è già morto a chi sta per morire" di Fulvio Pepe, premio speciale a "Ottana" di Pietro Mele e menzione speciale a "La nonna" di Massimo Alìm Mohammad.

Di seguito gli altri riconoscimenti:
Premio Cipputi: "Entre os dedos" di Tiago Guedes e Frederico Serra (Portogallo-Brasile)
Premio Fipresci: "Tony Manero"
Premio Invito alla scuola Holden: "Die welle" di Dennis Gansel (Germania)
Premio del pubblico Achille Valdata: "Quemar Las Navese" di Francisco Franco-Alba(Messico)
Premio Avanti!: "Casa Verdi" di Anna Franceschini (Italia), "Il grande progetto" di Vincenzo Marra, "Signori professori" di Maura Delpero, "Uso improprio" di Luca Gasparini e Alberto Masi, "Italiano per stranieri" di Brian Christopher Griffin
Premio Ucca-Venti città. "Signori professori"
Premio Maurizio Collino-Uno sguardo ai giovani: "Di madre in figlia".
sussurrato da sushi | 10:58 | commenti


domenica, ottobre 12, 2008
 

Torino Film Festival omaggia Roman Polanski

Torino Film Festival omaggia Roman PolanskiUn omaggio al genio cinematografico di Roman Polanski, in occasione della retrospettiva completa organizzata dal Torino Film Festival per la sua 26.a edizione (21-29 novembre 2008). Polanski giovanissimo, in completo grigio e cravatta, mentre dirige Due uomini e un armadio. Polanski che tiene per la proboscide un elefantino, sul set dello stesso film. Polanski aggrappato al cofano di un auto dove è piazzata la macchina presa per un’inquadratura de Il coltello nell’acqua. Polanski in bilico sul tetto di un edificio (ricostruito in studio), dove verrà girata una scena di Frantic che ricorda Caccia al ladro di Hitchcock. Polanski attorniato dalle centinaia di bambini che interpretano quello che, per il momento, è il suo ultimo film, Oliver Twist. Ancora. Polanski nei panni del maldestro assistente del professore a caccia di vampiri, nell’irresistibile Per favore non mordermi sul collo. O in quelli, infinitamente più inquietanti, dell’ Inquilino del terzo piano, che si deve gettare più volte dalla finestra per trovare scampo alle proprie ossessioni. E, naturalmente, le tante attrici bellissime che popolano i suoi film: Catherine Deneuve, Sharon Tate, Françoise Dorléac, Mia Farrow, Sydne Rome, Faye Dunaway, Isabelle Adjani, Nastassja Kinski, Sigourney Weaver e Emmanuelle Seigner. Ma, anche, tanti grandi attori a fare da contraltare: Donald Pleasance, John Cassavetes, Marcello Mastroianni, Jack Nicholson, Walter Matthau, Harrison Ford, Hugh Grant, Ben Kingsley, Johnny Depp, Adrien Brody.

Un itinerario fotografico alla riscoperta dell’opera del grande regista di origine polacca ma apolide per vocazione, che con i suoi
film ha attraversato e sfiorato tutte le nouvelles vagues occidentali, dal nuovo cinema polacco a quello francese, dal free cinema inglese al nuovo cinema americano, prima di tornare a insediarsi nel cuore dell’Europa e riscoprirvi le proprie radici. Non senza aver assorbito tutte le influenze e le culture incontrate nel corso del tempo, che fanno del suo cinema una delle più affascinanti e multiformi espressioni di un arte disponibile alle contaminazioni di forme e di generi, ma irriducibile alle mode e agli stereotipi. Un maestro della modernità, capace di mescolare il gusto dell’assurdo all’umorismo surreale, il senso dell’angoscia individuale a quello della tragedia storica, il kammerspiel al fantastico, il fascino discreto della violenza all’attrazione irresistibile per l’avventura.

Nel frattempo fervono i preparativi per la 26ma edizione del Torino Film Festival, anche quest’anno, per il secondo consecutivo, la direzione è affidata al regista e attore Nanni Moretti.

Alle già annunciate retrospettive dedicate a due autori, il premio Oscar Roman Polanski e Jean-Pierre Melville, “il più americano dei registi francesi”, Torino Film Festival ne affianca una terza dedicata al movimento cinematografico inglese degli anni 80-90, che assume il nome di “British Renaissance”.

Sono gli anni in cui esordiscono Neil Jordan, Peter Greenaway, Michael Radford, Richard Eyre, Terence Davies, Sally Potter, Marek Kaniewska e molti altri È un momento cinematografico vitale, caratterizzato da un anti-thatcherismo feroce e spesso ironico.

sussurrato da sushi | 19:06 | commenti


mercoledì, giugno 18, 2008
 

In cerca di Amy


Bello, bello, bello. Non sarà un commento originale, ma efficace per definire il film indipendente, scritto e diretto dal regista di Clerks, Kevin Smith. E non lasciatevi ingannare: l'aggettivo ripetuto tre volte si riferisce a tre aspetti diversi e complementari di questo film. Il primo vuole sottolineare l'eccezionale ironia e il profondo senso di "normalità" con la quale viene affrontata e raccontata la vita di gay e lesbiche nella New York di fine secolo. Giocando con abilità sui pregiudizi, Kevin Smith fa dei dubbi di Banky (ma quando ti guardi nuda ti viene voglia di toccarti le tette?) un delirante e bruciante spunto per battute a raffica e dialoghi al limite del paradossale, incentrati su quesiti che derivano dall'ignoranza dei tabù.
Il secondo si riferisce a come Kevin Smith sia riuscito a "dosare" i dialoghi e le situazioni, senza mai varcare la soglia del cattivo gusto o quella della melensaggine (se si eccettuano - in questo ultimo caso - un paio di casi di dialoghi eccessivamente lunghi e per certi versi "stonati" a causa di una banalità assente nel resto della pellicola).
Il terzo si riferisce, infine, agli attori (quasi tutti con poca esperienza cinematografica) che sono riusciti a portare avanti una trama che poteva essere "imbarazzante" con grande credibilità e simpatia. Dopo Clerks e Mallrats, In cerca di Amy è il terzo tassello della "trilogia del New Jersey" del regista Kevin Smith.
Un film semplice, senza virtuosismi di alcun genere, scarno come ambientazioni e essenziale al limite del convenzionale dal punto di vista del montaggio e delle riprese, capace di non lasciarsi sedurre dalla tentazione di un "lieto fine" e oltremodo attento a raccontare una storia di amore e di incomprensione ambientata tra pregiudizio e ignoranza. Dunque un film piacevole, a tratti esilarante, capace di divertire, commuovere e fare riflettere sulla "grana" (intesa come pasta e come struttura) di sentimenti complessi come amore, gelosia, amicizia e tristezza.

Citazione da "In cerca d Amy"

Anch'io ho passato una cosa del genere un paio di anni fa con una che si chiamava Amy. [...] Allora, io e questa eravamo inseparabili e innamorati come due bei piccioncini. Dopo 4 mesi che stavamo insieme ho fatto una grande cazzata, le ho chiesto del suo ex... cosa che lo sanno tutti è una stronzata pazzesca, ma sai com'è, non lo vuoi sapere, ma lo devi sapere, no? Stupido orgoglio maschile. Così lei comincia a raccontarmi di lui... come si sono innamorati, che sono stati insieme un paio d'anni, che hanno convissuto, ma sua madre preferisce me blablablablabla tutto perfetto. A un certo punto scoppia la bomba - state a sentire che roba - sembra che un paio di volte mentre stavano insieme, lui si sia portato della gente a letto, menage-à-trois credo che si chiami. Questa cosa mi ha scioccato naturalmente no, insomma io non ci sono abituato capisci, i miei erano cattolici, che cazzo scusa. [...] Anch'io sono rimasto scioccato come te e ho cominciato ad aggredirla, mi sono bloccato non sapevo come comportarmi e le ho detto che era una lurida puttana e che si era lasciate usare, volevo che si sentisse un verme, volevo farla soffrire un po'. Le chiedo 'ma che cazzo di problema hai?', lei allora mi racconta tutto per filo e per segno, il momento preciso, il posto preciso, e dice che non sente di doversi scusare perchè non ha fatto niente di male... 'ah, davvero?', le faccio io, l'ho guardata dritta negli occhi e le ho detto che era finita, sparita. [...] E' stato uno sbaglio. Non ero schifato da lei, ero impaurito, in quel momento mi ero sentito indifeso, come se mi mancasse l'esperienza, come se non fossi al suo livello, come se fossi inadeguato per lei e altre cazzate così. Non avevo capito che per lei non era successo niente, che non contava niente quel tipo, che lei, lei voleva solo me, voleva soltanto Bob. Purtroppo quando me ne sono reso conto era... era tardi, aveva già un'altra storia e io sono rimasto col mio stupido orgoglio che poi si era trasformato in rimpianto. Era la donna giusta... solo adesso lo so... però... l'ho presa a calci in culo. Da allora passo ogni giorno in cerca di Amy

sussurrato da sushi | 00:49 | commenti


sabato, aprile 19, 2008
 

My Blueberry Nights

Rendere attraverso gesti semplici idee complesse. Sembra libero il linguaggio illusionista del cinema, e invece è così facile disciplinare e asservire le emozioni... Di quale emozione si tratta questa volta? È doloroso essere lasciati. E, nella vasta, infinita America lunga quasi 10 mila chilometri semidesertici, chissà perché essere abbandonati da chi ami pazzamente (sia esso un padre che non vedi più perché ti si è incorporato addosso, o l'uomo che vuole intrappolarti eternamente come sua Regina) è davvero più insostenibile ancora. La banalità del dolore ti acceca. Ci sono meno reti di sicurezza. Sprofondi nel vuoto facilmente. E allora vodka, whisky, il brivido del gioco estremo, la velocità pazza di una fuoriserie che ti sbatterà contro un albero...Davanti a tutto questo inferno arrivano gli anticorpi: il buio, il dark, preferibilmente; la mobilità interiore di un ex maratoneta diventato sedentario barman; la freddezza apparente di una gambler, professionista della telesina; la dolcezza immensa di chi ha trovato il trauma giusto per crescere, allontanandola dal luogo del misfatto e dalle sue chiavi; la scrittura di una lettera che, a differenza della parola, ti abitua al controllo, alla Legge, alla disciplina, soprattutto se provieni dalla cultura dell'ideogramma.... Un metodo per capire se qualcuno mente o dice la verità.
Il regista cinese Wong Kar-wai sa fare la pubblicità, dunque dice magnificamente le bugie, e, proprio come chi mente bene, sa anche prescinderne. E ama riprendere, e in primissimo piano, abbracciante e avvolgente, chi reagisce alla brutta botta, piange, dorme d'alcool, mangia avidamente, e ne protegge, dal minaccioso spazio esterno, e dalle luci abbaglianti, lo sguardo puro e l'impuro incedere. Ma non siamo allo spaccio di narcisismo, allo spot dell'«individualismo celibe». Esercizio anzi di cudeltà e sadismo cinese, insostenibile, per gli attori, spesso deformati. Anche quando si dispone di un cast che ipnotizza per bravura, a cominciare da Natalie Portman, Jude Lowe, David Stathairn e Rachel Weisz. E di due esordienti, ma idoli del sound contemporaneo, che non canteranno mai nel film, come Norah Jones e Chan Marshall-Cat Power (lo fa Otis Redding per loro, Dock of he Bay mai aveva trovato sfondi, trasparenze e neon così convincenti). Per dire due o tre cose non banali sull'America, il cinese di Hong Kong Wong Kar-wai ha allineato alcuni oggetti e stereotipi della mitologia hollywoodiana. Li ha messi al muro, non li fa muovere. Non c'è mai il Wenders dell'esotismo prensile, nel film. A partire dalla torta di mirtilli di nonna Papera, quel dolce oggetto del benessere tipicamente Usa (proprio come la violenza) e che dà il titolo vero all'opera, My Blueberry Nights (da noi «Un bacio romantico»). E permette all'operatore Darius Khondji alcuni virtuosismi sensuali underground fin dai titoli di coda. E alla protagonista Elizabeth (Norah Jones), lasciata dopo 5 anni dal fidanzato con il cuore a pezzi, di iniziare, con qualche piacevole sensazione, ma ingrassante, il restauro della sua emotività. Una prima pausa dall'incubo è un barman per amico (Jude Law), poi attraversa al buio tutto il paese, dal sud al west, dal Tennessee al Nevada, ammazzandosi di lavoro, triste relitto (come Marilyn in Bus Stop, in fuga da sè), senza accorgersi (abbasso internet) che ha proprio a portata di penna e di labbra l'angelo della sua trasformazione. Poi il poliziotto distrutto dall'alcool e da un altro amore andato in acido (che tirerà fuori la pistola, quando il copione avrà bisogno di un brivido); l'automobile sulla Route 66, che è il simbolo stesso del roadmovie; il poker perdente, fino quasi alla fine della notte, come in un George Stevens (L'unico gioco in città); il locale di Manhattan, il Caffè di Jeremy, l'ex maratoneta che si fermò per amore, e fu dimenticato dal lei sul posto, a sottolineare che la spazialità del film è l'interno, si indaga nelle interiorità delle passioni devastanti qui. Più ancora che ai negozietti e ai siparietti di Wayne Wang, lo scrittore Lawrence Block, cui è interamente lasciata la tastiera sentimentale, implicitamente allude a quel certo localino di H. C. Potter anni '40, l'unico posto italo-Usa dove Cagney ritrovava l'intimità. Una rapsodia in blu romantica, nelle fessure del sogno americano, dove si intrufolano alcuni diavoletti. L'America è altro da noi. È ai confini della realtà. Mente troppo.

sussurrato da sushi | 15:43 | commenti (1)
 

La democrazia

di Giorgio Gaber

Dopo anni di riflessione sulle molteplici possibilità che ha uno Stato di organizzarsi sono arrivato alla conclusione che la democrazia è il sistema più democratico che ci sia.
Dunque, c'è la democrazia, la dittatura… e basta. Solo due. Credevo di più.
La dittatura in Italia c'è stata e chi l'ha vista sa cos'è, gli altri si devono accontentare di aver visto solo la democrazia.
Io, da quando mi ricordo, sono sempre stato democratico, non per scelta, per nascita. Come uno che quando nasce è cattolico, apostolico, romano. Cattolico pazienza, apostolico non so cosa vuol dire, ma romano io?!...
D'altronde, diciamolo, come si fa oggi a non essere democratici? Sul vocabolario c'è scritto che "democrazia" significa "potere al popolo". Sì, ma in che senso potere al popolo? Come si fa? Questo sul vocabolario non c 'è scritto.
Però si sa che dal 1945, dopo il famoso ventennio, il popolo italiano ha acquistato finalmente il diritto al voto. È nata così la "Democrazia rappresentativa" che dopo alcune geniali modifiche fa sì che tu deleghi un partito che sceglie una coalizione che sceglie un candidato che tu non sai chi è, e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni, e che se lo incontri ti dice giustamente: "Lei non sa chi sono io!". Questo è il potere del popolo.
Ma non è solo questo. Ci sono delle forme ancora più partecipative. Il referendum, per esempio, è una pratica di "Democrazia diretta"... non tanto pratica, attraverso la quale tutti possono esprimere il loro parere su tutto. Solo che se mia nonna deve decidere sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve dire solo "Sì" se vuol dire no, e "No" se vuol dire sì. In ogni caso ha il 50% di probabilità di azzeccarla. Ma il referendum ha più che altro un valore folkloristico perché dopo aver discusso a lungo sul significato politico dei risultati… tutto resta come prima e chi se ne frega.
Un'altra caratteristica fondamentale della democrazia è che si basa sul gioco delle maggioranze e delle minoranze. Se dalle urne viene fuori il 51 vinci, se viene fuori il 49 perdi.
Dipende tutto dai numeri. Come il gioco del Lotto.
Con la differenza che al gioco del Lotto, il popolo qualche volta vince, in democrazia... mai!
E se viene fuori il 50 e 50? Ecco, questa è una particolarità della nostra democrazia. Non c'è mai la governabilità.
È cominciato tutto nel 1948. Se si fanno bene i conti tra la Destra – DC, liberali, monarchici, missini… – e la Sinistra – comunisti, socialisti, socialdemocratici, ecc. – viene fuori un bel pareggio. Da allora è sempre stato così, per anni!
Eh no, adesso no, adesso è tutto diverso. Per forza: sono spariti alcuni partiti, c'è stato un mezzo terremoto, le formazioni politiche hanno cambiato nomi e leader. Adesso… adesso non c'è più il 50% a destra e il 50% a sinistra. C'è il 50% al centro-destra e il 50% al centro-sinistra. Oppure un 50 virgola talmente poco… che basta che uno abbia la diarrea che salta il governo.
Non c'è niente da fare. Sembra proprio che il popolo italiano non voglia essere governato. E ha ragione. Ha paura che se vincono troppo quelli di là, viene fuori una dittaturadi Sinistra. Se vincono troppo quegli altri, viene fuori una dittatura di Destra. La dittatura di Centro invece... quella gli va bene.
Auguri!!!

1996 © P. A.

sussurrato da sushi | 14:17 | commenti


mercoledì, febbraio 27, 2008
 

E pensare che tutto questo sarà un giorno abitato dalla morte. Che questa calda opulenza della tua pelle, che sale lungo il mio tatto fino all'abisso della mia irrequietezza, dovrà un giorno schiantarsi sul suo stesso silenzio desolato.
Che quest'ordine di cose naturali, che fanno di te e di me e dell'acqua e degli uccelli chiari volumi per la vendemmia dei sensi, sprofonderà una sera nella nebbia di lontane contrade.
Che questo tremito di voci interiori che sale lungo il tuo sangue, che si annida nel tuo ventre come un figlio, quando ti parlo di cose semplici, elementari, come queste cose terribili di cui ti sto parlando, dovrà essere un giorno trasferito in un altro corpo, quando i nostri conosceranno in peso delle pietre,
e tuttavia l'amore continuerà ad essere vero.

Che questo dolore di stare dentro di te, e lontano dalla mia stessa sostanza, troverà un giorno il suo rimedio definitivo.

Pensare che un giorno conosceremo i porti dell'oblio, uguale a prima, quando non erano ancora venuti questi corpi ad abitare la nostra tristezza. Che i viandanti dovranno un giorno stupirsi che tutti gli uccelli ammutoliscano d'improvviso, senza sapere che sei tu, che sono io, quelli che si sono ritrovati al di là delle ossa.
Che una sera torneranno i buoi dal campo arato con i vomeri illuminati da un amoroso chiarore, e tutti crederanno che ci sono stelle disseminate, senza sapere che sei tu, che sono io, quelli che stanno preparando i semi.
Che una domenica come questa risuoneranno le campane con bronzo rabbrividente, e i bambini domanderanno stupiti chi è morto di domenica;
senza sapere che sei tu, che sono io, quelli che continuano a morire in tutte le domande.

Pensare che un giorno gli alberi domanderanno alle loro radici quando passeranno i vetri dei nostri occhi affinché sia più chiara la luce delle loro arance. Che l'acqua dei fiumi ci condurrà, polvere su polvere, fino alla gioia di coloro che ebbero sete e la mitigherà con la nostra argilla.
E che ognuna delle cose che amiamo continuerà ad essere bella senza bisogno che l'amiamo.
E, soprattutto, pensare che questo nostro amore deve morire, prima che le cose passeggere siano abitate dalla morte.

Quando arriverà la primavera e io non sarò con te, e saranno asciutti la terra e il tuo palato, semina un albero nel cortile. Un albero che sia possente, corpulento - una quercia o una ceiba - affinché possa reggere la stagione degli uccelli. Innaffialo quotidianamente con l'acqua in cui ti sarai lavata le mani, affinché il vento impari ad intessere la carezza.
E lascialo crescere, senza che ci sia bocca umana che si azzardi a morderne le radici amare. Sii egoista, perché la vita è troppo breve per spartirla. E fa sì che il tuo albero sia solo tuo, con tutto il vigore del suo impero vegetale,a ffinché nessuno venga a disputarne la freschezza.
Non prestare la scure al tuo vicino e non prendere il miele dai suoi favi, perché la gratitudine è nemica degli alberi. Ma se insisterò ancora nell'essere assente, prendi un coltello, incidi i nostri nomi nella corteccia e chiama il tuo vicino affinché abbatta la quercia.

Quando arriverà l'autunno, se nons arò ancora tornato, inchioda un ferro di cavallo sopra la porta. Quando verranno i nostri amici comuni e ti parleranno del sapore amaro dell'argilla ed elogeranno gli animali che sono cresciuti nel tuo orto, ci sia sulla tua tavola pane ben lievitato e acqua appena piovuta nei tuoi orci.
Ma quando se ne saranno andati, dopo cena, chiudi le porte affinché non tornino, perché un giorno finiranno il pane, l'acqua e tuttavia continueranno ad essere nostri amici. Il martedì non guardare il ferro da cavallo, ma se sarò sempre assente, guardalo per tutto il tempo finché l'ira conficcherà le sue radici di acciaio nel tuo cuore.

Quando arriverà l'estate, aspettami, ma conserva tutto il sale dei mari a casa tua. Se qualcuno arriva alle tue porte e le sfonda, dagli da bere tra acque di salnitro, e lascia il pane salato affinché la voce gli si impietrisca in gola. Spargi sale nel tuo letto per martirizzarmi durante il mio indugio, e perché abbia il sapore di paura la sostanza dei tuoi incubi. Lava la tua pelle con zolle di sale e sentirai come morde la solitudine quando saranno trascorse tutte le stagioni.

Se al termine dell'autunno sarò ancora distante dal tuo spazio amoroso, copri di seta scura gli specchi e spargi sale sulla soglia della tua porta.
E se quando arriveranno le piogge non sarò ancora tornato al tuo cuore, vai nel cortile e scava un pozzo dove ci sia posto per le nostre ossa.

Gabriel Garcia Marquez

sussurrato da sushi | 10:17 | commenti


sabato, gennaio 12, 2008
 

Herzog ai confini della visione

Omaggio totale al grande regista: tutti i film la mostra, un concerto, un libro, un workshop

Il compimento di quarantacinque anni di visioni inedite e racconti straordinari al limite dell'inconsueto sono solo uno dei pretesti - non l'ultimo, non il minore - per il più completo omaggio che mai sia stato dedicato all'opera di Werner Herzog. L'iniziativa del Museo Nazionale del Cinema, in partecipazione con numerosi partner, comprende la retrospettiva completa al Cinema Massimo dei 52 film realizzati sinora dal regista tedesco (corto, medio e lungo metraggi, 36 dei quali in copie nuove, ristampate per l'occasione), una mostra multimediale (fotografie, film di montaggio e video installazioni) alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, un cine-concerto al Piccolo Regio di Torino, un workshop alla Scuola Holden e la pubblicazione di una monografia con l'Editrice Il Castoro.

La rassegna è a cura di Stefano Boni, il libro (che comprende, tra l'altro, una lunga intervista di Herzog, realizzata per l'occasione) è a firma di Grazia Paganelli. La mostra s'inaugura martedì 15 gennaio alla presenza del regista (che si fermerà in città per l'intera settimana), mentre la chiusura è prevista per il 10 febbraio. Tanti i motivi di un omaggio così articolato: perché troppi ancora non hanno avuto modo di vedere i suoi film, unici, preziosi e poco o mal distribuiti; perché l'opera di Herzog rappresenta un contributo fondamentale alla definizione di ciò che chiamiamo cinema «moderno», con i suoi interrogativi, la sua problematicità, la sua ansia di esplorare i confini del linguaggio e della visione; perché fare l'esperienza dei suoi film significa modificare per sempre le nostre abitudini di spettatori abitudinari e passivi. Si potrebbe continuare, ma ciò basta per rendere l'idea dell'importanza del suo lavoro, e del suo carattere singolare e irripetibile.

E' vero che l'esordio di Herzog coincise con il successo delle «nouvelles vagues» all'inizio degli anni Sessanta, ma è anche vero che il regista preferì defilarsi subito, scegliendo per sé una posizione volutamente marginale che mantiene tutt'oggi. Non proveniva dai ranghi della cinefilia come molti altri, non aveva prima esercitato il mestiere del critico o dell'assistente alla regia, non aveva frequentato le scuole di cinema (se non una a New York, abbandonata dopo poche settimane, in totale disaccordo con i metodi di insegnamento), non s'identificava in alcun movimento, al punto che si rifiutò di firmare lo storico «Manifesto di Oberhausen» che segnò la nascita del Nuovo Cinema Tedesco nel 1962.

Eppure, se c'è un autore che ha incarnato, e continua a farlo, l'inesausto desiderio di dar vita a immagini inedite, che persegue l'obbiettivo di fare a meno di tutte le convenzioni accumulate dal cinema nei primi decenni della sua esistenza, che insegue il miraggio di una purezza originaria sin dentro l'orrore delle apocalissi contemporanee, che sembra in sintesi voler rimettere in discussione l'essenza stessa del fare cinema ogni volta che si appresta a realizzare un nuovo film, ebbene questi è Herzog. Molti dei suoi lavori si sarebbero un tempo chiamati documentari, se il suo modo di girarli non avesse reso obsoleta e inadeguata la vecchia definizione.

Per contro, molti dei suoi film «di finzione » debbono moltissimo ad un approccio di tipo documentario alla materia di cui sono fatti. Le sue prime opere («Segni di vita», «Anche i nani hanno cominciato da piccoli», «Fata Morgana», «Paese del silenzio e dell'oscurità») sembrano già contenere i suoi film più recenti o, se si preferisce, negli ultimi si ritrovano echi profondi delle sue primitive preoccupazioni («Il diamante bianco», «L'ignoto spazio profondo», «Grizzly Man», «Encounters at the End of the World», che a Torino sarà proiettato in anteprima europea).

Il grande pubblico ricorda probabilmente i suoi film di maggior successo, che ebbero una conobbero una discreta diffusione negli anni Settanta («Aguirre, furore di Dio», «Fitzcarraldo», «L'enigma di Kaspar Hauser», «Cuore di vetro», «Nosferatu»), ma è nei cortometraggi o nei film cosiddetti minori che le sue preoccupazioni sembrano assumere una dimensione più esplicita o radicale.

Come in «La grande estasi dell'intagliatore Steiner», dove l'autore s'interroga sul limite oltre il quale il salto dal trampolino con gli sci può significare la morte sicura per l'atleta, o in «La Soufrière », insensata incursione su un'isola vulcanica minacciata da un'incombente eruzione che per fortuna poi non avvenne. Allo stesso tempo, i suoi film costituiscono un'interrogazione radicale sul tema del linguaggio e della comunicazione, sui rapporti fra le immagini e la musica, sull'infinita bellezza della natura e la sua inevitabile (perché originaria) corruzione, sugli abissi insondabili delle contraddizioni di cui il nostro mondo è pieno. Un'esplorazione affascinante e pericolosa, nella quale la catastrofe è costantemente in agguato, e perdersi è un sinonimo per ritrovarsi.

Geniale narratore di storie insolite, Herzog è anche l'ultimo erede della grande tradizione del romanticismo tedesco. Un umanista visionario, un viaggiatore instancabile votato a un nomadismo perpetuo e incessante, che da sempre percorre il mondo in lungo e in largo all'inseguimento disperato di una qualche forma di verità. O, come ebbe a dire in una delle numerose (e tutte straordinarie) interviste: «alla ricerca di un luogo decente e conveniente per l'uomo, un luogo che è talvolta un paesaggio utopico».

sussurrato da sushi | 13:28 | commenti


venerdì, dicembre 14, 2007
 
New York | 13 dicembre 2007
 
Il New York Times: gli italiani il popolo meno felice d'Europa
L'Italia sembra non amarsi più scrive il Nyt. La parola d'ordine è "malessere" e gli italiani, nonostante abbiano inventato l'arte di vivere, in un recente sondaggio affermano di essere il popolo meno felice dell'Europa occidentale. "E 'un paese che ha perso un po' della sua fiducia nel futuro", ha detto Walter Veltroni, sindaco di Roma e possibile futuro primo ministro del centrosinistra. "C' è più paura che speranza." I problemi, continua il quotidiano americano, per la maggior parte non sono nuovi e questo è il punto. Hanno semplicemente oppresso l'Italia per molti anni e ora a nessuno è chiaro come sia possibile un cambiamento o se sia ancora possibile un cambiamento. L'Italia ha tracciato il proprio modo di appartenere all'Europa, lottando come pochi altri paesi con una politica frammentata, la mancanza di crescita, la criminalità organizzata e un debole senso dello Stato. Ora la frustrazione sta crescendo perchè queste vecchie debolezze non migliorano, mentre il mondo sorpassa il paese. E il Nyt fa l'esempio della Spagna. Il modo di vivere poco tecnologico degli italiani può essere interessante per i turisti, ma l'utilizzo di Internet è tra i più bassi in Europa, così come gli investimenti esteri e la crescita. Le pensioni, il debito pubblico e i costi del governo, invece, sono tra i più elevati del vecchio continente. Le ultime analisi mostrano una nazione più vecchia e più povera e quelli che erano i punti di forza stanno diventando una debolezza. Il piccolo commercio, le aziende a conduzione familiare si trovano a combattere contro la globalizzazione e in particolare con la competitività della Cina. I debiti colpiscono le famiglie: il 70% degli italiani tra i 20 e i 30 anni vivono ancora a casa condannando i giovani a un'adolescenza estesa e improduttiva. La maggioranza dei più bravi lascia il paese. Il 'malessere' politico degli italiani e' simboleggiato, sostiene il New York Times, dall' ascesa del comico Beppe Grillo e dalla popolarita' del suo attacco alla classe politica italiana al grido di 'Basta! Basta!'. Sono diventati best-seller in Italia libri come 'La Casta' e 'Gomorra' che attaccano, con angolature diverse, il comportamento dei politici. La ricerca della University of Cambridge, guidata dalla economista Luisa Corrado, mostra un collegamento tra fiducia nel proprio parlamento e
livello di insoddisfazione di una nazione. I piu' felici sembrano i danesi (che si fidano al 64 per cento delle istituzioni), i piu' infelici sono gli italiani (solo il 36 per cento si fida).
L'ex-premier Silvio Berlusconi ha perduto le elezioni per non avere mantenuto le promesse fatte ma il nuovo governo di Romano Prodi non appare una 'cura magica' - osserva il New York Times - Ha deluso fin dalla sua prima scelta: un governo con ben 102 ministri o sottosegretari, un nuovo record. Il malessere degli italiani si estende anche all'arte: non ci sono piu' i Fellini, i Rossellini, le Loren. "Il cinema italiano, la sua Tv, arte, letteratura e musica sono raramente considerate all'avanguardia", afferma il giornale. Tra i pochi aspetti positivi c'e' il prestigio che continua a circondare il marchio 'Made in Italy'. Ma l'Italia deve stare ben attenta a non seguire il destino della Repubblica di Venezia, una delle citta' piu' belle del mondo diventata, dopo la perdita del dominio commerciale, quello che e' oggi: "uno splendido cadavere calpestato da milioni di turisti".

E Napolitano s'indigna
Giorgio Napolitano definisce senza mezzi termini "pura idiozia" alcuni passaggi della corrispondenza del New York Times di oggi e spiega che l'Italia non e' certo quella di Beppe Grillo. "Esiste capacita' di iniziativa, una spinta dal basso che porta ad eccellere e certe cose mi piacerebbe vederle sui giornali. E' molto piu' facile avere come modello un noto comico italiano". In particolare al Presidente sono sembrati poco graditi alcuni passaggi sui rappresentanti politici eletti in parlamento.
 
 
 

 
 
 
Smettiamola di arrampicarci sugli specchi, non commento la presa di posizione di Napolitano! Avrò io il dente avvelenato, perchè mi ritrovo per l'ennesima volta a combattere contro i mulini a vento del mondo del lavoro e della contrattualistica italiana, cercando di ingoiare il boccone amaro di un mancato rinnovo di contratto, ma non mi sento di contraddire l'autore dell'articolo del NYT. Altro che "pura idiozia", va delineandosi un immagine di un’Italia strangolata dalle lobby, dove fanno da padrone le banche; ma come cazzo si fà a cercare un appiglio razionale per smentire il malessere a cui fa riferimento l'articolo tra le vicende della ThyssenKrupp di questi giorni e la difficoltà di sbarcare il lunario, tra la guerra quotidiana contro millantati diritti, ed una meritocrazia che latita in ogni dove!!
 
 
 
 
Povera Patria
 
Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare.
 
Franco Battiato

 

 
 
sussurrato da sushi | 00:17 | commenti