[....Vivo come un cammello in una grondaia, in questa illustre e onorata società!
E ancora, sto aspettando, un'ottima occasione per acquistare un paio d'ali,
e abbandonare il pianeta.
E cosa devono vedere ancora gli occhi, e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste il male...
se fossi un po' più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene, e inutili dolori....]


SAKURA


[...In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita nell'incerto cammino del ritorno...]



[...shizukani tokino kizuni kurushimu murewo kundewa tobanai taka furuki oshiewo tadotte kokoronomamani konokanashimiwo norikoete...]





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Segnalato da BlogNews




N.Moretti


G.A.Romero & D.Argento


J.Carpenter


D.Aronofsky


W.K.Wai


S.Lee


Miike Takashi


Tim Burton


David Lynch





...quanti elefanti saranno mai passati di qua??!!
*loading*...elefanti si dondolavano
sopra il filo di una ragnatela
e considerando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante...

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicitá. Non puó pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001


sabato, aprile 19, 2008
 

My Blueberry Nights

Rendere attraverso gesti semplici idee complesse. Sembra libero il linguaggio illusionista del cinema, e invece è così facile disciplinare e asservire le emozioni... Di quale emozione si tratta questa volta? È doloroso essere lasciati. E, nella vasta, infinita America lunga quasi 10 mila chilometri semidesertici, chissà perché essere abbandonati da chi ami pazzamente (sia esso un padre che non vedi più perché ti si è incorporato addosso, o l'uomo che vuole intrappolarti eternamente come sua Regina) è davvero più insostenibile ancora. La banalità del dolore ti acceca. Ci sono meno reti di sicurezza. Sprofondi nel vuoto facilmente. E allora vodka, whisky, il brivido del gioco estremo, la velocità pazza di una fuoriserie che ti sbatterà contro un albero...Davanti a tutto questo inferno arrivano gli anticorpi: il buio, il dark, preferibilmente; la mobilità interiore di un ex maratoneta diventato sedentario barman; la freddezza apparente di una gambler, professionista della telesina; la dolcezza immensa di chi ha trovato il trauma giusto per crescere, allontanandola dal luogo del misfatto e dalle sue chiavi; la scrittura di una lettera che, a differenza della parola, ti abitua al controllo, alla Legge, alla disciplina, soprattutto se provieni dalla cultura dell'ideogramma.... Un metodo per capire se qualcuno mente o dice la verità.
Il regista cinese Wong Kar-wai sa fare la pubblicità, dunque dice magnificamente le bugie, e, proprio come chi mente bene, sa anche prescinderne. E ama riprendere, e in primissimo piano, abbracciante e avvolgente, chi reagisce alla brutta botta, piange, dorme d'alcool, mangia avidamente, e ne protegge, dal minaccioso spazio esterno, e dalle luci abbaglianti, lo sguardo puro e l'impuro incedere. Ma non siamo allo spaccio di narcisismo, allo spot dell'«individualismo celibe». Esercizio anzi di cudeltà e sadismo cinese, insostenibile, per gli attori, spesso deformati. Anche quando si dispone di un cast che ipnotizza per bravura, a cominciare da Natalie Portman, Jude Lowe, David Stathairn e Rachel Weisz. E di due esordienti, ma idoli del sound contemporaneo, che non canteranno mai nel film, come Norah Jones e Chan Marshall-Cat Power (lo fa Otis Redding per loro, Dock of he Bay mai aveva trovato sfondi, trasparenze e neon così convincenti). Per dire due o tre cose non banali sull'America, il cinese di Hong Kong Wong Kar-wai ha allineato alcuni oggetti e stereotipi della mitologia hollywoodiana. Li ha messi al muro, non li fa muovere. Non c'è mai il Wenders dell'esotismo prensile, nel film. A partire dalla torta di mirtilli di nonna Papera, quel dolce oggetto del benessere tipicamente Usa (proprio come la violenza) e che dà il titolo vero all'opera, My Blueberry Nights (da noi «Un bacio romantico»). E permette all'operatore Darius Khondji alcuni virtuosismi sensuali underground fin dai titoli di coda. E alla protagonista Elizabeth (Norah Jones), lasciata dopo 5 anni dal fidanzato con il cuore a pezzi, di iniziare, con qualche piacevole sensazione, ma ingrassante, il restauro della sua emotività. Una prima pausa dall'incubo è un barman per amico (Jude Law), poi attraversa al buio tutto il paese, dal sud al west, dal Tennessee al Nevada, ammazzandosi di lavoro, triste relitto (come Marilyn in Bus Stop, in fuga da sè), senza accorgersi (abbasso internet) che ha proprio a portata di penna e di labbra l'angelo della sua trasformazione. Poi il poliziotto distrutto dall'alcool e da un altro amore andato in acido (che tirerà fuori la pistola, quando il copione avrà bisogno di un brivido); l'automobile sulla Route 66, che è il simbolo stesso del roadmovie; il poker perdente, fino quasi alla fine della notte, come in un George Stevens (L'unico gioco in città); il locale di Manhattan, il Caffè di Jeremy, l'ex maratoneta che si fermò per amore, e fu dimenticato dal lei sul posto, a sottolineare che la spazialità del film è l'interno, si indaga nelle interiorità delle passioni devastanti qui. Più ancora che ai negozietti e ai siparietti di Wayne Wang, lo scrittore Lawrence Block, cui è interamente lasciata la tastiera sentimentale, implicitamente allude a quel certo localino di H. C. Potter anni '40, l'unico posto italo-Usa dove Cagney ritrovava l'intimità. Una rapsodia in blu romantica, nelle fessure del sogno americano, dove si intrufolano alcuni diavoletti. L'America è altro da noi. È ai confini della realtà. Mente troppo.

sussurrato da sushi | 15:43 | commenti (1)
 

La democrazia

di Giorgio Gaber

Dopo anni di riflessione sulle molteplici possibilità che ha uno Stato di organizzarsi sono arrivato alla conclusione che la democrazia è il sistema più democratico che ci sia.
Dunque, c'è la democrazia, la dittatura… e basta. Solo due. Credevo di più.
La dittatura in Italia c'è stata e chi l'ha vista sa cos'è, gli altri si devono accontentare di aver visto solo la democrazia.
Io, da quando mi ricordo, sono sempre stato democratico, non per scelta, per nascita. Come uno che quando nasce è cattolico, apostolico, romano. Cattolico pazienza, apostolico non so cosa vuol dire, ma romano io?!...
D'altronde, diciamolo, come si fa oggi a non essere democratici? Sul vocabolario c'è scritto che "democrazia" significa "potere al popolo". Sì, ma in che senso potere al popolo? Come si fa? Questo sul vocabolario non c 'è scritto.
Però si sa che dal 1945, dopo il famoso ventennio, il popolo italiano ha acquistato finalmente il diritto al voto. È nata così la "Democrazia rappresentativa" che dopo alcune geniali modifiche fa sì che tu deleghi un partito che sceglie una coalizione che sceglie un candidato che tu non sai chi è, e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni, e che se lo incontri ti dice giustamente: "Lei non sa chi sono io!". Questo è il potere del popolo.
Ma non è solo questo. Ci sono delle forme ancora più partecipative. Il referendum, per esempio, è una pratica di "Democrazia diretta"... non tanto pratica, attraverso la quale tutti possono esprimere il loro parere su tutto. Solo che se mia nonna deve decidere sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve dire solo "Sì" se vuol dire no, e "No" se vuol dire sì. In ogni caso ha il 50% di probabilità di azzeccarla. Ma il referendum ha più che altro un valore folkloristico perché dopo aver discusso a lungo sul significato politico dei risultati… tutto resta come prima e chi se ne frega.
Un'altra caratteristica fondamentale della democrazia è che si basa sul gioco delle maggioranze e delle minoranze. Se dalle urne viene fuori il 51 vinci, se viene fuori il 49 perdi.
Dipende tutto dai numeri. Come il gioco del Lotto.
Con la differenza che al gioco del Lotto, il popolo qualche volta vince, in democrazia... mai!
E se viene fuori il 50 e 50? Ecco, questa è una particolarità della nostra democrazia. Non c'è mai la governabilità.
È cominciato tutto nel 1948. Se si fanno bene i conti tra la Destra – DC, liberali, monarchici, missini… – e la Sinistra – comunisti, socialisti, socialdemocratici, ecc. – viene fuori un bel pareggio. Da allora è sempre stato così, per anni!
Eh no, adesso no, adesso è tutto diverso. Per forza: sono spariti alcuni partiti, c'è stato un mezzo terremoto, le formazioni politiche hanno cambiato nomi e leader. Adesso… adesso non c'è più il 50% a destra e il 50% a sinistra. C'è il 50% al centro-destra e il 50% al centro-sinistra. Oppure un 50 virgola talmente poco… che basta che uno abbia la diarrea che salta il governo.
Non c'è niente da fare. Sembra proprio che il popolo italiano non voglia essere governato. E ha ragione. Ha paura che se vincono troppo quelli di là, viene fuori una dittaturadi Sinistra. Se vincono troppo quegli altri, viene fuori una dittatura di Destra. La dittatura di Centro invece... quella gli va bene.
Auguri!!!

1996 © P. A.

sussurrato da sushi | 14:17 | commenti


mercoledì, febbraio 27, 2008
 

E pensare che tutto questo sarà un giorno abitato dalla morte. Che questa calda opulenza della tua pelle, che sale lungo il mio tatto fino all'abisso della mia irrequietezza, dovrà un giorno schiantarsi sul suo stesso silenzio desolato.
Che quest'ordine di cose naturali, che fanno di te e di me e dell'acqua e degli uccelli chiari volumi per la vendemmia dei sensi, sprofonderà una sera nella nebbia di lontane contrade.
Che questo tremito di voci interiori che sale lungo il tuo sangue, che si annida nel tuo ventre come un figlio, quando ti parlo di cose semplici, elementari, come queste cose terribili di cui ti sto parlando, dovrà essere un giorno trasferito in un altro corpo, quando i nostri conosceranno in peso delle pietre,
e tuttavia l'amore continuerà ad essere vero.

Che questo dolore di stare dentro di te, e lontano dalla mia stessa sostanza, troverà un giorno il suo rimedio definitivo.

Pensare che un giorno conosceremo i porti dell'oblio, uguale a prima, quando non erano ancora venuti questi corpi ad abitare la nostra tristezza. Che i viandanti dovranno un giorno stupirsi che tutti gli uccelli ammutoliscano d'improvviso, senza sapere che sei tu, che sono io, quelli che si sono ritrovati al di là delle ossa.
Che una sera torneranno i buoi dal campo arato con i vomeri illuminati da un amoroso chiarore, e tutti crederanno che ci sono stelle disseminate, senza sapere che sei tu, che sono io, quelli che stanno preparando i semi.
Che una domenica come questa risuoneranno le campane con bronzo rabbrividente, e i bambini domanderanno stupiti chi è morto di domenica;
senza sapere che sei tu, che sono io, quelli che continuano a morire in tutte le domande.

Pensare che un giorno gli alberi domanderanno alle loro radici quando passeranno i vetri dei nostri occhi affinché sia più chiara la luce delle loro arance. Che l'acqua dei fiumi ci condurrà, polvere su polvere, fino alla gioia di coloro che ebbero sete e la mitigherà con la nostra argilla.
E che ognuna delle cose che amiamo continuerà ad essere bella senza bisogno che l'amiamo.
E, soprattutto, pensare che questo nostro amore deve morire, prima che le cose passeggere siano abitate dalla morte.

Quando arriverà la primavera e io non sarò con te, e saranno asciutti la terra e il tuo palato, semina un albero nel cortile. Un albero che sia possente, corpulento - una quercia o una ceiba - affinché possa reggere la stagione degli uccelli. Innaffialo quotidianamente con l'acqua in cui ti sarai lavata le mani, affinché il vento impari ad intessere la carezza.
E lascialo crescere, senza che ci sia bocca umana che si azzardi a morderne le radici amare. Sii egoista, perché la vita è troppo breve per spartirla. E fa sì che il tuo albero sia solo tuo, con tutto il vigore del suo impero vegetale,a ffinché nessuno venga a disputarne la freschezza.
Non prestare la scure al tuo vicino e non prendere il miele dai suoi favi, perché la gratitudine è nemica degli alberi. Ma se insisterò ancora nell'essere assente, prendi un coltello, incidi i nostri nomi nella corteccia e chiama il tuo vicino affinché abbatta la quercia.

Quando arriverà l'autunno, se nons arò ancora tornato, inchioda un ferro di cavallo sopra la porta. Quando verranno i nostri amici comuni e ti parleranno del sapore amaro dell'argilla ed elogeranno gli animali che sono cresciuti nel tuo orto, ci sia sulla tua tavola pane ben lievitato e acqua appena piovuta nei tuoi orci.
Ma quando se ne saranno andati, dopo cena, chiudi le porte affinché non tornino, perché un giorno finiranno il pane, l'acqua e tuttavia continueranno ad essere nostri amici. Il martedì non guardare il ferro da cavallo, ma se sarò sempre assente, guardalo per tutto il tempo finché l'ira conficcherà le sue radici di acciaio nel tuo cuore.

Quando arriverà l'estate, aspettami, ma conserva tutto il sale dei mari a casa tua. Se qualcuno arriva alle tue porte e le sfonda, dagli da bere tra acque di salnitro, e lascia il pane salato affinché la voce gli si impietrisca in gola. Spargi sale nel tuo letto per martirizzarmi durante il mio indugio, e perché abbia il sapore di paura la sostanza dei tuoi incubi. Lava la tua pelle con zolle di sale e sentirai come morde la solitudine quando saranno trascorse tutte le stagioni.

Se al termine dell'autunno sarò ancora distante dal tuo spazio amoroso, copri di seta scura gli specchi e spargi sale sulla soglia della tua porta.
E se quando arriveranno le piogge non sarò ancora tornato al tuo cuore, vai nel cortile e scava un pozzo dove ci sia posto per le nostre ossa.

Gabriel Garcia Marquez

sussurrato da sushi | 10:17 | commenti


sabato, gennaio 12, 2008
 

Herzog ai confini della visione

Omaggio totale al grande regista: tutti i film la mostra, un concerto, un libro, un workshop

Il compimento di quarantacinque anni di visioni inedite e racconti straordinari al limite dell'inconsueto sono solo uno dei pretesti - non l'ultimo, non il minore - per il più completo omaggio che mai sia stato dedicato all'opera di Werner Herzog. L'iniziativa del Museo Nazionale del Cinema, in partecipazione con numerosi partner, comprende la retrospettiva completa al Cinema Massimo dei 52 film realizzati sinora dal regista tedesco (corto, medio e lungo metraggi, 36 dei quali in copie nuove, ristampate per l'occasione), una mostra multimediale (fotografie, film di montaggio e video installazioni) alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, un cine-concerto al Piccolo Regio di Torino, un workshop alla Scuola Holden e la pubblicazione di una monografia con l'Editrice Il Castoro.

La rassegna è a cura di Stefano Boni, il libro (che comprende, tra l'altro, una lunga intervista di Herzog, realizzata per l'occasione) è a firma di Grazia Paganelli. La mostra s'inaugura martedì 15 gennaio alla presenza del regista (che si fermerà in città per l'intera settimana), mentre la chiusura è prevista per il 10 febbraio. Tanti i motivi di un omaggio così articolato: perché troppi ancora non hanno avuto modo di vedere i suoi film, unici, preziosi e poco o mal distribuiti; perché l'opera di Herzog rappresenta un contributo fondamentale alla definizione di ciò che chiamiamo cinema «moderno», con i suoi interrogativi, la sua problematicità, la sua ansia di esplorare i confini del linguaggio e della visione; perché fare l'esperienza dei suoi film significa modificare per sempre le nostre abitudini di spettatori abitudinari e passivi. Si potrebbe continuare, ma ciò basta per rendere l'idea dell'importanza del suo lavoro, e del suo carattere singolare e irripetibile.

E' vero che l'esordio di Herzog coincise con il successo delle «nouvelles vagues» all'inizio degli anni Sessanta, ma è anche vero che il regista preferì defilarsi subito, scegliendo per sé una posizione volutamente marginale che mantiene tutt'oggi. Non proveniva dai ranghi della cinefilia come molti altri, non aveva prima esercitato il mestiere del critico o dell'assistente alla regia, non aveva frequentato le scuole di cinema (se non una a New York, abbandonata dopo poche settimane, in totale disaccordo con i metodi di insegnamento), non s'identificava in alcun movimento, al punto che si rifiutò di firmare lo storico «Manifesto di Oberhausen» che segnò la nascita del Nuovo Cinema Tedesco nel 1962.

Eppure, se c'è un autore che ha incarnato, e continua a farlo, l'inesausto desiderio di dar vita a immagini inedite, che persegue l'obbiettivo di fare a meno di tutte le convenzioni accumulate dal cinema nei primi decenni della sua esistenza, che insegue il miraggio di una purezza originaria sin dentro l'orrore delle apocalissi contemporanee, che sembra in sintesi voler rimettere in discussione l'essenza stessa del fare cinema ogni volta che si appresta a realizzare un nuovo film, ebbene questi è Herzog. Molti dei suoi lavori si sarebbero un tempo chiamati documentari, se il suo modo di girarli non avesse reso obsoleta e inadeguata la vecchia definizione.

Per contro, molti dei suoi film «di finzione » debbono moltissimo ad un approccio di tipo documentario alla materia di cui sono fatti. Le sue prime opere («Segni di vita», «Anche i nani hanno cominciato da piccoli», «Fata Morgana», «Paese del silenzio e dell'oscurità») sembrano già contenere i suoi film più recenti o, se si preferisce, negli ultimi si ritrovano echi profondi delle sue primitive preoccupazioni («Il diamante bianco», «L'ignoto spazio profondo», «Grizzly Man», «Encounters at the End of the World», che a Torino sarà proiettato in anteprima europea).

Il grande pubblico ricorda probabilmente i suoi film di maggior successo, che ebbero una conobbero una discreta diffusione negli anni Settanta («Aguirre, furore di Dio», «Fitzcarraldo», «L'enigma di Kaspar Hauser», «Cuore di vetro», «Nosferatu»), ma è nei cortometraggi o nei film cosiddetti minori che le sue preoccupazioni sembrano assumere una dimensione più esplicita o radicale.

Come in «La grande estasi dell'intagliatore Steiner», dove l'autore s'interroga sul limite oltre il quale il salto dal trampolino con gli sci può significare la morte sicura per l'atleta, o in «La Soufrière », insensata incursione su un'isola vulcanica minacciata da un'incombente eruzione che per fortuna poi non avvenne. Allo stesso tempo, i suoi film costituiscono un'interrogazione radicale sul tema del linguaggio e della comunicazione, sui rapporti fra le immagini e la musica, sull'infinita bellezza della natura e la sua inevitabile (perché originaria) corruzione, sugli abissi insondabili delle contraddizioni di cui il nostro mondo è pieno. Un'esplorazione affascinante e pericolosa, nella quale la catastrofe è costantemente in agguato, e perdersi è un sinonimo per ritrovarsi.

Geniale narratore di storie insolite, Herzog è anche l'ultimo erede della grande tradizione del romanticismo tedesco. Un umanista visionario, un viaggiatore instancabile votato a un nomadismo perpetuo e incessante, che da sempre percorre il mondo in lungo e in largo all'inseguimento disperato di una qualche forma di verità. O, come ebbe a dire in una delle numerose (e tutte straordinarie) interviste: «alla ricerca di un luogo decente e conveniente per l'uomo, un luogo che è talvolta un paesaggio utopico».

sussurrato da sushi | 13:28 | commenti


venerdì, dicembre 14, 2007
 
New York | 13 dicembre 2007
 
Il New York Times: gli italiani il popolo meno felice d'Europa
L'Italia sembra non amarsi più scrive il Nyt. La parola d'ordine è "malessere" e gli italiani, nonostante abbiano inventato l'arte di vivere, in un recente sondaggio affermano di essere il popolo meno felice dell'Europa occidentale. "E 'un paese che ha perso un po' della sua fiducia nel futuro", ha detto Walter Veltroni, sindaco di Roma e possibile futuro primo ministro del centrosinistra. "C' è più paura che speranza." I problemi, continua il quotidiano americano, per la maggior parte non sono nuovi e questo è il punto. Hanno semplicemente oppresso l'Italia per molti anni e ora a nessuno è chiaro come sia possibile un cambiamento o se sia ancora possibile un cambiamento. L'Italia ha tracciato il proprio modo di appartenere all'Europa, lottando come pochi altri paesi con una politica frammentata, la mancanza di crescita, la criminalità organizzata e un debole senso dello Stato. Ora la frustrazione sta crescendo perchè queste vecchie debolezze non migliorano, mentre il mondo sorpassa il paese. E il Nyt fa l'esempio della Spagna. Il modo di vivere poco tecnologico degli italiani può essere interessante per i turisti, ma l'utilizzo di Internet è tra i più bassi in Europa, così come gli investimenti esteri e la crescita. Le pensioni, il debito pubblico e i costi del governo, invece, sono tra i più elevati del vecchio continente. Le ultime analisi mostrano una nazione più vecchia e più povera e quelli che erano i punti di forza stanno diventando una debolezza. Il piccolo commercio, le aziende a conduzione familiare si trovano a combattere contro la globalizzazione e in particolare con la competitività della Cina. I debiti colpiscono le famiglie: il 70% degli italiani tra i 20 e i 30 anni vivono ancora a casa condannando i giovani a un'adolescenza estesa e improduttiva. La maggioranza dei più bravi lascia il paese. Il 'malessere' politico degli italiani e' simboleggiato, sostiene il New York Times, dall' ascesa del comico Beppe Grillo e dalla popolarita' del suo attacco alla classe politica italiana al grido di 'Basta! Basta!'. Sono diventati best-seller in Italia libri come 'La Casta' e 'Gomorra' che attaccano, con angolature diverse, il comportamento dei politici. La ricerca della University of Cambridge, guidata dalla economista Luisa Corrado, mostra un collegamento tra fiducia nel proprio parlamento e
livello di insoddisfazione di una nazione. I piu' felici sembrano i danesi (che si fidano al 64 per cento delle istituzioni), i piu' infelici sono gli italiani (solo il 36 per cento si fida).
L'ex-premier Silvio Berlusconi ha perduto le elezioni per non avere mantenuto le promesse fatte ma il nuovo governo di Romano Prodi non appare una 'cura magica' - osserva il New York Times - Ha deluso fin dalla sua prima scelta: un governo con ben 102 ministri o sottosegretari, un nuovo record. Il malessere degli italiani si estende anche all'arte: non ci sono piu' i Fellini, i Rossellini, le Loren. "Il cinema italiano, la sua Tv, arte, letteratura e musica sono raramente considerate all'avanguardia", afferma il giornale. Tra i pochi aspetti positivi c'e' il prestigio che continua a circondare il marchio 'Made in Italy'. Ma l'Italia deve stare ben attenta a non seguire il destino della Repubblica di Venezia, una delle citta' piu' belle del mondo diventata, dopo la perdita del dominio commerciale, quello che e' oggi: "uno splendido cadavere calpestato da milioni di turisti".

E Napolitano s'indigna
Giorgio Napolitano definisce senza mezzi termini "pura idiozia" alcuni passaggi della corrispondenza del New York Times di oggi e spiega che l'Italia non e' certo quella di Beppe Grillo. "Esiste capacita' di iniziativa, una spinta dal basso che porta ad eccellere e certe cose mi piacerebbe vederle sui giornali. E' molto piu' facile avere come modello un noto comico italiano". In particolare al Presidente sono sembrati poco graditi alcuni passaggi sui rappresentanti politici eletti in parlamento.
 
 
 

 
 
 
Smettiamola di arrampicarci sugli specchi, non commento la presa di posizione di Napolitano! Avrò io il dente avvelenato, perchè mi ritrovo per l'ennesima volta a combattere contro i mulini a vento del mondo del lavoro e della contrattualistica italiana, cercando di ingoiare il boccone amaro di un mancato rinnovo di contratto, ma non mi sento di contraddire l'autore dell'articolo del NYT. Altro che "pura idiozia", va delineandosi un immagine di un’Italia strangolata dalle lobby, dove fanno da padrone le banche; ma come cazzo si fà a cercare un appiglio razionale per smentire il malessere a cui fa riferimento l'articolo tra le vicende della ThyssenKrupp di questi giorni e la difficoltà di sbarcare il lunario, tra la guerra quotidiana contro millantati diritti, ed una meritocrazia che latita in ogni dove!!
 
 
 
 
Povera Patria
 
Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare.
 
Franco Battiato

 

 
 
sussurrato da sushi | 00:17 | commenti


lunedì, novembre 26, 2007
 
In risposta all'affermazione di Wim che ammette l'errore della scelta di "End of violence" come titolo del film del '97, Nanni ribadendo l'importanza del titolo, confessa: il titolo originale di Ecce Bombo in primis doveva essere "Non sopporto più le uova al tegamino"
Nanni & Wim...
En plein di pubblico, di stile, di applausi. Al Torino Film Festival ieri è scattata la caccia al biglietto, con gli spettacoli esauriti e un grande Nanni Moretti a duettare con Wim Wenders di cinema, in un Massimo accerchiato da una lunga coda di cinefili. I suoi ricordi e i suoi racconti si sono intrecciati a quelli del maestro tedesco, spesso interrotti dagli applausi. «Inizio sempre i film di lunedì - ha detto Moretti -, e il sabato e la domenica ho incubi didascalici: non so dov’è il set, né che dire agli attori». E Wenders: «Nei weekend dormo bene. Inizio sempre di martedì». Il padre di Bianca: «Anche tu qualche volta hai usato musica senza comprare i diritti?» «Sì, infatti non si possono più mostrare i miei primi film. Trovati un avvocato».

Moretti: «Quando taglio le parti degli attori, non riesco a scrivere loro le lettere per spiegarglielo. Finché, tre giorni prima dell’uscita nelle sale, scrivo penosi biglietti di scuse». «A me è successo l’inverso, con Hammett. Francis Ford Coppola mi fece girare tutto il film, tranne la fine. Voleva vedere se il mio finale funzionava. Montai il film, poi lui chiese a uno sceneggiatore di scriverne un nuovo finale. E lui inserì altre scene in tutto il film. Ho dovuto rifarlo daccapo. Tornato sul set, scoprii che Coppola mi aveva anche cambiato tutti gli attori. Fu orribile».

Wenders ha ripercorso i suoi esordi: «Nessuno mi aveva insegnato che potevo dire stop. Facevo film lunghissimi. Ero interessato solo alle immagini, e non a raccontare storie». Il suo primo film costò 8 mila euro: «Era il budget di chi usciva dalla scuola di cinema. Con quei pochi soldi tutti realizzarono corti a colori. Io comprai 3 ore in bianco e nero per fare un lungometraggio, Summer in the city. Un arrogante montatore tagliò il mio film di un’ora. L’ho odiato, ma da allora è l’unico assassino che accetto».

Moretti non ama gli attori «che s’annullano nel personaggio», Wenders non li vuole «se fingono e non sono loro stessi». Moretti «all’epoca dei primi film, da spettatore e da regista ero più arido. Non mi lasciavo emozionare. Poi ho iniziato a non vergognarmi di piangere, e da allora ho dato maggiore importanza alla sceneggiatura». Anche Wenders ha parlato dei suoi sentimenti, dall’amicizia con Fassbinder a Lampi sull’acqua, in cui filma gli ultimi giorni di vita e di malattia dell'amico Nicholas Ray, il regista di Gioventù bruciata. «Chi gli era vicino ci chiese di non fermare il film, perché era il suo ultimo legame con la vita. Avremmo girato anche senza pellicola, per esaudire il suo desiderio. Ma lui voleva che la pellicola ci fosse, e l’abbiamo messa. Morì prima della fine delle riprese».

Declinato il collegamento domenicale con Raidue...

Da Fazio sì, dalla Ventura no: ieri il Festival di Nanni Moretti ha ribadito la sua diversità con una scelta di campo televisivo chiara e anche rischiosa; senza calcoli di audience, ma soltanto di omogeneità, di appartenenza, di weltanschauung.

Alle cinque del pomeriggio Wim Wenders ha lasciato il suo albergo torinese diretto a Milano, per partecipare, testimonial illustre del Tff, a Che tempo che fa. Appunto, la «visibilità» di cui tanto s’è parlato, che la direzione Moretti ha portato, che il Festival adesso mette a frutto. Ma con dignità.

Alla stessa ora, difatti, Nanni Moretti non era a Quelli che... Dalla redazione di Simona Ventura era arrivata una proposta di quelle che molti sognano, e pochi oserebbero rifiutare: un collegamento con il direttore, per parlare del Festival in uno dei programmi più seguiti della domenica televisiva. Una proposta che il Festival ha ritenuto di declinare. Con sabauda cortesia, con sabauda fermezza. Grazie, no; purtroppo abbiamo altri impegni. Ieri pomeriggio Moretti non sembrava, per la verità, troppo impegnato. O forse no, forse era davvero impegnato: gironzolava davanti al cinema Massimo, chiacchierava con gli spettatori, presentava il film di una regista italiana. Faceva il suo mestiere di direttore del Festival.

Il messaggio è chiaro: il Festival di Torino ha un suo stile, e intende mantenerlo. Anche a costo di rinunciare a dosi - magari massicce - di pur preziosa «visibilità». Un conto è portare Wim Wenders alla corte di Fabio Fazio, dove passano Premi Nobel e fini intellettuali, musicisti di culto e scrittori non banali, comici intelligenti e signore non scosciate. Altro è mescolarsi alla canea di un programmone d’intrattenimento, forse non il peggiore fra quanti martirizzano la domenica televisiva degli italiani, ma piuttosto lontano dagli standard di un festival cinefilo, allegro ma serio.

Il Festival non commenta le proprie scelte; le fa, e tanto basta. In privato, tuttavia, chiunque ammette che l’idea di gettare «Nanni» (ormai tutti lo chiamano solo così) nella gabbia dei caciaroni sarebbe stata un’ipotesi, ancor prima che impraticabile, improponibile.

Perché per certi Festival è una questione di stile; e bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per necessità; e quando si è scelto, restare fedeli alla linea, nella buona come nella cattiva sorte. Perché è facile per atteggiarsi a duri e puri quando le circostanze non consentono di svaccare; e ostentare diversità, quando nessuno è interessato a trascinarci nel brago dell’omologazione. Quando però le cose cambiano, e i riflettori s’accendono, non tutti sanno restare fedeli al dignitoso understatement con cui in passato liquidavano l’indifferenza del circo mediatico. E questa non è spocchia da miracolati dimentichi dei tempi duri. E’ coerenza.

Il Torino Film Festival nel momento di maggior gloria difende il suo direttore. E con il suo direttore difende se stesso e la propria identità.
sussurrato da sushi | 12:52 | commenti (1)


mercoledì, novembre 14, 2007
 

Can You Forgive Her?


Another night with open eyes
Too late to sleep, too soon to rise
You're short of breath, is it a heart attack?
Hot and feverish you face the fact


You're in love, and it feels like shame
Because she's gone and made a fool of you in public again
You're in love, and it feels like pain
Because you know there's too much truth in everything she claims


So ask yourself now: Can you forgive her
If she wants you to?
Ask yourself: Can you even deliver
What she demands of you?


You drift into the strangest dreams
Of youthful follies and changing teams
Admit you're wrong, oh, no, not yet
Then you wake up and remember that you can't forget


She's made you some kind of laughing stock
Because you dance to disco, and you don't like rock
She'd make fun of you, and even in bed
Said she was gonna go and get herself a real man instead


So ask yourself now: Can you forgive her
If she begs you to?
Ask yourself: Can you even deliver
What she demands of you?
Or do you want revenge?
But that's childish, so childish!
(But that's childish, so childish!)


Remember when you were more easily led
Behind the cricket pavillion and the bicycle shed
Trembling as your dreams came true
You looked right into those blue eyes and knew


It was love, and now you can't pretend
You've forgotten all the promises of that first friend
It's bad enough, she knows how you feel
But she's not prepared to share you with the memory


So ask yourself now: Can you forgive her
If she begs you to?
Ask yourself: Can you even deliver
What she demands of you?
Ask yourself now: Can you forgive her
If she begs you to?
And ask yourself: Can you even deliver
What she demands of you?
Or do you want revenge?
But that's childish, so childish!  
Pet Shop Boys
sussurrato da sushi | 02:39 | commenti (1)


giovedì, novembre 08, 2007
 
Ecco il Festival di Nanni, che attendo con ansia...
Nanni Moretti apre la conferenza stampa di presentazione del 25esimo Torino Film Festival, dal 23 novembre al primo dicembre, con una polemica sulla Festa di Roma. «Per dirla con un eufemismo è stato un gesto non molto elegante», ha detto il direttore della rassegna cinematografica torinese in riferimento all'inserimento della Festa della capitale tra la Mostra del cinema di Venezia (che si svolge ai primi di settembre) e il Torino Film Festival (a fine novembre).

Nanni Moretti ha anche ricordato che, tra novembre e dicembre 2006, c'è stata una riunione a Roma tra rappresentanti del Festival di Venezia, quello di Torino e quello di Roma per cercare un accordo tra le date. «E l'accordo quale è stato? - ha detto Moretti - Solo uno slittamento di cinque giorni della Festa di Roma. Se c'è un festival, come quello di Torino che va avanti da 24 anni e uno, come quello di Venezia, che è al 75esimo appuntamento, perché mettersi a ottobre? Oggettivamente non si può far finta di niente».

Il regista, che da quest'anno è alla guida della rassegna torinese, ha confessato di aver rinunciato a qualche film, approdato poi alla concorrenza. Paura del buio, ad esempio, il cartoon è stato presentato alla Festa di Roma dove «è stato mandato allo sbaraglio», come ha sottolineato Moretti, dopo il rifiuto da parte dell'organizzazione piemontese. Anche Juno di Jason Reitman (film vincitore della kermesse di Roma) era stato preso in considerazione, così come pure il lungometraggio cinese And the spring comes che nella capitale ha ricevuto il riconoscimento per la migliore interprete femminile, Jang Wenli.

Moretti ha poi parlato con affetto di Wim Wenders, «un regista che ha significato molto per quelli della mia generazione», al quale Torino Film Festival dedicherà una retrospettiva. Il direttore ha aggiunto di aver privilegiato nella scelta dei film la continuità con la tradizione «ovvero l'attenzione a quel cinema meno convenzionale e pigro». In concorso non c'è, però, nessun film italiano e a chi glielo fa notare Moretti ha risposto evasivo.

I film. Dopo lo sfogo, Moretti è entrato nel vivo del suo Film Festival e ha parlato del cartellone, a partire dalle pellicole italiane. A Torino esordirà nella regia Fabrizio Bentivoglio con Lascia perdere, Johnny!, interpretato dallo stesso Bentivoglio con Peppe e Toni Servillo, Valeria Golino, Ernesto Mahieux. L'altra nostra produzione è La signorina Effe di Wilma Labate, con Valeria Solarino e Fabrizio Gifuni. Gli ospiti che calcheranno il tappeto rosso saranno molti: Wim e Donata Wenders, Paolo e Vittorio Taviani, Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, gli Avion Travel, Fabrizio Bentivoglio e Marianne Faithfull.

L'evento sarà inaugurato da The Savages di Tamara Jenkins, mentre David Croneberg chiuderà con il suo Eastern Promises. In concorso Away from her sancirà l'esordio dietro la macchina da presa dell'attrice Sarah Polley. Tra le “Anteprime” spiccano Irina Palm di Sam Garbarski, con la Faithfull, My Blueberry Nights di Wong Kar-way, A Thousand tears of good prayers di Wayne Wang, 10 Items or Less di Brad Silberling e Once di John Carney.

I documentari. Gli italiani cercheranno di distinguersi nella sezione dedicata ai documentari: Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi, In fabbrica di Francesca Comencini e Nelle tue mani di Peter Del Monte. Fuori concorso, invece, saranno presentati Aleksandra di Sokurov, Actrices di Valeria Bruni Tedeschi, My Son di Jin Jang, Those Three di Naghi Nemati, Beaufort di Joseph Cedar, Exodus di Pang Ho-cheung, Doc di Immy Humes, Los ladrones viejos di Gonzales Reyes Everardo, The Princess of Nebraska di Wain Wang (a Torino con due pellicole) e Tracey Fragments di Bruce McDonald.
sussurrato da sushi | 12:09 | commenti


martedì, novembre 06, 2007
 

Solo dalla mente dell’autore del visionario Brazil poteva uscire una favola dell’orrore gotica e surreale come Tideland, allucinata e allucinante, disturbante e originalissima, a tratti poetica e onirica, a tratti cruda e violenta. In un’era di filmetti soft, creati ad arte per piacere al grande pubblico, Terry Gilliam va come al suo solito contro corrente e ci regala un film che può far discutere, che può non piacere, ma che saprà far parlare di sé per la sua fortissima carica di originalità. Qualità sempre più rara nella cinematografia contemporanea.

Sempre che qualcuno riesca a vederlo in sala questo film, visto che la distribuzione italiana lo relega a 25 misere copie e la produzione indipendente e a basso budget non poteva certo permettersi di “spingerlo” come merita. La tematica del film poi non aiuta certo a renderlo il classico prodotto per tutti: sorta di rielaborazione in chiave più violenta e d’impatto di Alice nel Paese delle Meraviglie, Tideland è la parabola dell’infanzia difficile e assurda di una bambina che vive con due genitori drogati, in un mondo dove di usuale c’è ben poco. Alla morte della madre per overdose, lei e il padre si trasferiscono nella vecchia fattoria in campagna. Una volta giunti lì, anche il padre muore per overdose e la piccola si ritrova sola nel suo mondo fantastico, col cadavere del genitore in casa. Più tardi entrerà in contatto con i suoi strambi vicini di casa, un giovane epilettico e ritardato e la madre imbalsamatrice e feticista di salme umane e non.

Ingabbiata in un mondo che definirlo freak è dir poco, la piccola si rifugerà in un universo fantasioso, facendosi amiche le teste delle sue bambole preferite e il bislacco ragazzo della fattoria accanto. Se da una parte quindi Gilliam fa viaggiare lo spettatore nel mondo onirico della protagonista, che con la sua fantasia si crea uno schermo che la protegga psicologicamente dalla violenza che la circonda, dall’altra il linguaggio del regista non si perde troppo in metafore nel mostrare esplicitamente scene di droga, sesso e macabre operazioni cui la piccola assiste incurante e curiosa.

Ma non c’è desiderio di denuncia, quanto piuttosto la voglia di raccontare la forza della fantasia nei bambini, la loro capacità di essere più forti delle violenze degli adulti, la facilità con cui ci perdonano, ci giustificano, ci redimono. Ecco il perché del cambio di registro che il film assume nell’ultima parte, quando al mondo dei sogni e della fantasia sfrenata della protagonista si sostituiscono violenza e sesso, nonché temi come la pedofilia, l’abbandono e le difficoltà della crescita. D’altronde anche in Alice nel Paese delle Meraviglie il sogno prima o poi finisce: ma laddove nel romanzo di Carroll ciò voleva dire fuggire da un mondo da incubo per tornare in un rassicurante reale, nel film di Gilliam accade l’esatto contrario e la fine del sogno coincide con il momento del definitivo ritorno ad una realtà con poche speranze, ad una crescita non più ovattata dalla forza della fantasia.

Voto massimo quindi all’originalità del film, per le atmosfere e la capacità di coniugare poesia e tematiche dal forte impatto. Ma voto più che positivo anche all’ottima regia di Gilliam e ai suoi avvolgenti movimenti di macchina, nonché alla splendida fotografia e a protagonisti e personaggi azzeccatissimi (menzione d’onore per la piccola ma bravissima Jodelle Ferland). Tideland rimane comunque un film che farà discutere, che non si farà amare facilmente e che genererà persino disgusto in qualcuno. Una pellicola controversa, quindi: ma non sono forse queste le opere migliori?

sussurrato da sushi | 20:56 | commenti (1)


martedì, ottobre 30, 2007
 

TSUNO KAKUSHI  角隠し

Il cappello bianco che la sposa porta alla cerimonia in stile giapponese, si chiama "tsuno kakushi" (coperta per nascondere le corna). In Giappone "le corna" simbolizzano la rabbia, e portare questo cappello significa che la sposa sarà sempre docile, e non si arrabbierà mai. Mi hanno detto che questa usanza ha origine nell’Epoca Edo. Penso inoltre, che grazie a questo, la sposa giapponese appaia bella e misteriosa...

[ in giapponese ]
Washiki no kekkon shiki de hanayome ga kaburu shiroi boushi no youna mono wo "tsuno kakushi" to yobi masu. Nihon dewa "tsuno" wa ikari wo arawashi masu ga, kono "tsuno kakushi" wo kaburu koto de, okoru koto naku, itsumo juujun de iru koto wo arawashite iru n desu ne. Kono shuukan wa Edo jidai makki kara hajimatta sou desu. Kono "tsuno kakushi" mo mata nihon josei no hanayome sugata wo utsukushiku katsu shinpiteki ni miseru mono no hitotsu nano dewa nai de shou ka...

和式の結婚式で花嫁が被る白い帽子のようなものを「角隠し」と呼びます。日本では「角」は怒りを表わしますが、この「角隠し」を被ることで、怒ることなく、いつも従順でいることを表わしているんですね。この習慣は江戸時代末期から始まったそうです。この「角隠し」もまた、日本女性の花嫁姿を美しくかつ神秘的に見せるもののひとつなのではないでしょうか...

sussurrato da sushi | 01:46 | commenti