[....Vivo come un cammello in una grondaia, in questa illustre e onorata società!
E ancora, sto aspettando, un'ottima occasione per acquistare un paio d'ali,
e abbandonare il pianeta.
E cosa devono vedere ancora gli occhi, e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste il male...
se fossi un po' più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene, e inutili dolori....]


SAKURA


[...In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita nell'incerto cammino del ritorno...]



[...shizukani tokino kizuni kurushimu murewo kundewa tobanai taka furuki oshiewo tadotte kokoronomamani konokanashimiwo norikoete...]





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G.A.Romero & D.Argento


J.Carpenter


D.Aronofsky


W.K.Wai


S.Lee


Miike Takashi


Tim Burton


David Lynch





...quanti elefanti saranno mai passati di qua??!!
*loading*...elefanti si dondolavano
sopra il filo di una ragnatela
e considerando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante...

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicitá. Non puó pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001


martedì, marzo 30, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

...traduzione di ciò che è scritto qua a sinistra:

Per lo stronzo che sono, comunista fino all'osso a parole, ma sempre pronto a spendere soldi per una cremina per il corpo di Chanel, o per la scarpina di cristallo di cenerentola(...che di sicuro costerbbe meno di quanto spendo in scarpe!!!), sono di nuovo nella condizione tale di non poter comprare un biglietto aereo, manco a pedali, e quindi mi sto perdendo per l'ennesimo anno la fioritura del ciliegio(sakura) in Giappone!!!! ...lo so, lo so penserete, ipocrita e pure pirla, perchè i ciliegi ci sono anche qua, ma paesaggi così non mi sembra di averne mai visti, e tanto meno, qua non si celebrano feste per la fioritura di un albero, aaaaaahhhh, frustrazione, impotenza e insoddisfazione!!! ...più avanti posterò immagini, e tradizioni riguardanti le altre belle feste che i miei amati omini del sol levante son soliti celebrare per l'arrivo della primavera, ora vado a nanna augurandomi da solo "dolce notte e sogni d'oriente"!!!!(...visto che una certa personcina non me lo augura più!!!)

(...'azz, sti ideogrammi sintetizzano bene!!)

 

 

 

 

 

sussurrato da sushi | 04:45 | commenti (6)


domenica, marzo 28, 2004
 

 

 

 

....Lady Madonna
I can try
with a little help from my friends,
oh oh goodbye Ruby Tuesday
come on baby let's twist again,
once upon the time
you dressed so fine, Mary
like just a woman
like a Rolling Stone....

 

 

 

 

 

 

sussurrato da sushi | 16:47 | commenti (3)


giovedì, marzo 25, 2004
 

 

Due scaloppine con i funghi al volo, e via al concerto che vi avevo accenato qualche mese fa, dei Telefon Tel Aviv, all’interno del programma primaverile della quattordicesima edizione di "Musica90 - Dalle Nuove musiche al suono mondiale", il secondo dei quattro appuntamenti della serie denominata ElectroLiveClub, con il meglio di ciò che oggi il mondo della musica elettronica più sperimentale, e innovativa propone; il primo vista la mia patia me lo sono perso non avendo preso i biglietti in prevendita!!!
Stasera presentazione del nuovo album, Map Of What Is Effortless, pubblicato ancora una volta da un’etichetta indipendente di fortissima credibilità artistica come la Hefty di Chicago (
www.heftyrecords.com), allarga il già ampio spettro di sonorità del duo, contaminandolo con un’inedita sensibilità pop. Il risultato è una sorta di r&b destrutturato, un collage originale in cui convivono le più svariate soluzioni: che si tratti di asettica computer music, di una orchestra di trenta elementi o di calde ed avvolgenti soluzioni vocali (nel precedente capitolo discografico completamente trascurate dalla band) ad opera di ospiti d’eccezione quali Damon Aaron (già con I-Wolf, Level) e Lindsay Anderson (L’Altra). La produzione limpida e la cura maniacale di ogni minimo dettaglio diventano dei tratti distintivi che aumentando esponenzialmente la qualità del prodotto finito lo fanno ergere una spanna al di sopra delle normali produzioni elettroniche in ambito indipendente, e ciò è destinato a riflettersi nella loro performance dal vivo.
Come per tutti gli altri eventi di ElectroLiveClub, a fare da supporto al concerto dei Telefon Tel Aviv saranno le selezioni musicali scelte e missate da Giorgio Valletta e Sergio Ricciardone, i dj di Xplosiva: le loro attuali playlist sono disponibili sul sito
www.xplosiva.com. Nonostante il giovane duo di New Orleans sia attivo da soli cinque anni, può già vantare un curriculum di alto profilo che non si limita ad un paio di vistose collaborazioni con Danny Lohner dei Nine Inch Nails (per alcuni remix di Bowie, A Perfect Circle ed Eminem) e con Sliker (la produzione dell’ultimo disco The Latest, su etichetta Hefty), o ancora alla realizzazione della colonna sonora di New Port South, lungometraggio del regista esordiente Kyle Cooper. Joshua Eustis e Charles Cooper, in arte Telefon Tel Aviv, infatti hanno realizzato un album di esordio come Fahrenheit Fair Enough, che rappresenta tuttora la perfetta alchimia tra classico e moderno: un non-luogo dai contorni sfocati in cui calde melodie di piano rhodes s’insinuano dolcemente all’interno di confortevoli architetture elettroniche, in cui il confine tra rock, hip hop e laptop music è estremamente labile. L’attenzione meticolosa e l’eccezionale talento che emerge sia in fase di composizione che di produzione sono ancora più evidenti nel loro lavoro, che stasera ascolterò live!!!

http://www.musica90.net

 

 

 

sussurrato da sushi | 20:29 | commenti (4)


mercoledì, marzo 24, 2004
 

 

 

 

 

 

- La migliore ragione per accendere la televisione ("Tv Guide")
- Meravigliosamente imprevedibile, con quell'umorismo nero che osa l'inosabile ("Newsweek")
- Ti fa scoppiare il cervello con la sua qualità da primato ("Entertainment Weekly")
- Irriverente, ben scritto, recitato alla perfezione, stimolante ed acuto ("Hollywood Reporter")
- La serie più intelligente ed emozionante che la televisione abbia mai trasmesso ("Financial Times").

 

 

 


Dal genio di Alan Ball, già Premio Oscar per American Beauty, arriva la comedy più black della televisione. Da stasera italia 1 lancia Six Feet Under, la serie in prima tv, più attesa del 2004, in onda da mercoledì alle ore 22.50. Giunta negli USA alla sua 3° stagione Six Feet Under ha ricevuto la nomination come migliore serie drammatica all'ultima edizione dei Golden Globe. La serie narra con lo stile della black comedy le vicende della famiglia Fisher, proprietaria di un'agenzia di onoranze funebri a Los Angeles. Il titolo della serie, che tradotto significa Sei piedi sottoterra indica la profondità (circa 180 cm) a cui vengono interrate le bare in America, ed allude alla distanza simbolica che separa la vita dalla morte. Ogni episodio inizia con la morte di una persona, e termina con il suo funerale. Intorno al caro estinto di turno, si intrecciano i guai, gli amori, le crisi e le incomprensioni della famiglia Fisher, in una miscela di atmosfere gotiche e situazioni tipiche delle sit-com familiari. La definizione del carattere dei protagonisti, alle prese con una professione così particolare, è inserita in uno scenario dell'assurdo, e si colora di dirompente humour nero. Dialoghi frizzanti, e flash back surreali disegnano l'immagine di una famiglia disfunzionale tratteggiata senza ombra di luoghi comuni. Le debolezze, le qualità, le inibizioni e le speranze, rendono fino in fondo credibile e straordinariamente autentica e viva la famiglia Fisher mentre si muove in compagnia della protagonista assoluta della serie: la morte. Six Feet Under ha il pregio di affrontare in modo singolare e avvincente il tema difficile e tabù della morte come altri argomenti delicati come quelli della droga, dell'omosessualità o della religione. Ogni questione viene trattata con approccio critico mai superficiale, o banale.
La serie che veleggia tra il macabro e il sarcastico, allietata da punte di satira sublime sul gap che divide i vivi dai morti, è nata da una tragedia personale accaduta all'ideatore Alan Ball quando aveva 13 anni. "Stavo andando alla lezione di piano con mia sorella – ha confessato al giornale inglese "The Observer" – quando una macchina che non aveva rispettato uno stop ad un incrocio ha colpito violentemente la parte dove stava seduta Mary Ann, uccidendola sul colpo. Da quel giorno la mia vita è divisa in due: quella prima dell'incidente, e quella dopo. Ogni volta che qualcosa finisce, sia essa una vita, una partenza o una relazione, mi sento come in lutto. Ho un grande rispetto per la morte, tuttavia penso che non dobbiamo vivere con il terrore di essa, fa parte della vita. La serie è un modo per esorcizzare questa paura. Quello che volevo mostrare era come reagisce un gruppo di protagonisti che ha a che fare con la morte tutti i giorni".
Dopo la sigla, che sventaglia immagini di lapidi, corvi neri, fiori che appassiscono, barelle che conducono i cadaveri verso la luce eterna, cartellini di riconoscimento appesi alle dita dei piedi e tamponi che coprono i segni mortali, risultano imperdibili gli spot promuovono le ultime novità del mercato funebre: dalla vettura extralusso che promette "classe e comfort" per l'ultimo viaggio del/la consorte, alla presentazione dell'ultimo modello dell'urna porta-ceneri, usata a mò di saliera da un gruppo di sexy-ballerine scatenate....

 

sussurrato da sushi | 23:28 | commenti


martedì, marzo 23, 2004
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
...dopo aver visto ieri sera "Non ti muovere"(...grande Castellitto, e Cruz finalmente ritrovata, e nulla da dire su Margaret Mazzantini, ma questa è un altro post!!) sono due le canzoni che puoi ritrovarti a canticchiare uscendo, e se non è quella di Vasco, è di sicuro questa:
 
GLI AMORI
Accesi, spenti e stupidi speciali
due consonanti perse in tre vocali
son loro che ci aiutano
a non sentirci soli
percio' sono importanti
e li chiamiamo amori.
Gli amori sotto un grande cielo
o chiusi in una stanza
gli amori in cui hai perso la speranza
gli amori con le spalle al muro
o quando dici: "Dio ci pensa"
gli amori dove non sei sicuro
a cui non dai importanza
Quanti amori, quanti amori...
con il coraggio e la paura di volersi bene
amori fragili che vanno via
quelli in cui soffri solamente tu
e gli altri a dire: "cosa vuoi che sia"
Ma quanti amori ma quali amori...
amori ormai scoppiati che non sanno stare insieme
amori al limite della follia
quelli che trovi e che non lasci piu'
gli amori a pezzi da gettare via.
Immagina due mondi, due mondi solitari
sospesi tra le stelle in mezzo ai mari
a volte si avvicinano
per non sentirsi soli,
per questo sono grandi,
e li chiamiamo amori.
Quanti amori, quanti amori...
con il coraggio e la paura di volersi bene
amori fragili che vanno via
quelli in cui soffri solamente tu
e gli altri a dire:"cosa vuoi che sia".
Ma quanti amori, troppi amori...
amori appena nati con la voglia di restare insieme
amori al limite della pazzia
quelli che trovi e che non lasci piu'
gli amori a pezzi da gettare via.
Quanti amori, quanti amori...
amori fragili che vanno via
quelli in cui soffri solamente tu
e gli altri a dire:"cosa vuoi che sia".
Gli amori sono quasi tutti uguali
la differenza adesso... falla tu
gli amori...
 
(...e se qualcuno penserà che intonare una canzone di Toto Cutugno possa essere umiliante, si fotta!!)
 
 











































sussurrato da sushi | 03:58 | commenti (4)


domenica, marzo 21, 2004
 

 

 

Fighissimo rientare a casa accendere la TV(...con pronuncia alla omer!!!) e vedere che scorrono i titoli d'inizo di Do the Right Thing!!! Film di Spike Lee, paragonabile ad un'opera sinfonica, un'opera di contrappunto di un gran numero di voci diverse, che offre un'istantanea del paesaggio urbano durante il corso di una singola giornata, che giuro non riesci a far a meno di vedere come si conclude! La prima parte e` terribilmente lenta e perde presto qualsiasi fascino di commedia populista!! Ispirato ad un fatto realmente accaduto nel 1986, questo film narra la vita quotidiana in un ghetto di Brooklyn, dove però un'incredibile arsura porta all'esasperazione tutti i conflitti e le innumerevoli tensioni tra gli abitanti, in particolare tra i gestori di una frequentata pizzeria, bianchi, e i neri del posto. La situazione, che all'inizio pare statica e immutevole diventa via via sempre più esplosiva fino alla degenerazione finale in cui il quartiere viene messo a ferro e fuoco. Grande esordio alla regia per Spike Lee con un film apparentemente lento ma dal ritmo sostenuto, che ipnotizza lo spettatore attraverso piccoli e semplici dialoghi tra una cerchia di personaggi sempre più definiti col passare del tempo. Ottima l'idea del caldo, talmente suggestiva e ben realizzata da influenzare lo spettatore, per giustificare l'esplodere della violenza; lo stesso regista è nei panni del protagonista, Mookie, un ragazzo svogliato che porta in giro le pizze, attorno al quale si muove un mondo di personaggi ottimamente caratterizzati. Opera che oltre a mettere in mostra le tensioni razziali, tuttora molto accentuate nella Grande Mela, dà una visione pessimista della società multietnica, vista come una bomba a orologeria sempre pronta a scoppiare. Bisogna dar merito a Spike Lee di essere molto più equilibrato nei suoi film che nelle dichiarazioni: così il ritratto di Sal ( Danny Aiello) non è peggiore di quello Mookie (interpretato dallo stesso Lee) e il razzismo c'è su entrambi i fronti. Anzi, il crudele finale è reso più amaro dal fatto che in fondo Sal, nonostante il suo carattere burbero, vuol bene ai ragazzi neri del quartiere che gli danno da vivere. Spike Lee mette a punto qui il suo stile fatto di dialoghi "liberi" e adrenalinici, inquadrature oblique e distorte dai grandangoli (a significare le visioni distorte della realtà da parte dei protagonisti), ma anche morbidi carrelli; e la dicotomia prosegue nella colonna sonora, fatta dai martellanti Public Enemy sventolati come un'ossessiva bandiera dal bizzarro Radio Raheem, ma anche di più sognanti parentesi jazzate. Nel finale sembra che gli unici saggi siano rimasti i vecchi perchè forse ne hanno viste molte più dei giovani , mentre la vita del quartiere torna a scorrere fino alla prossima scintilla, e nei titoli di coda arriva l'ennesima dicotomia che costa una volta di più a Spike Lee l'ingiusta accusa di "ambiguità": prima una dichiarazione di Martin Luther King improntata alla pace e alla comprensione fra le razze, poi una di Malcom X che teorizza (in modo autenticamente "americano") la violenza come sacrosanta arma di autodifesa, solo che il concetto di autodifesa a cui fa riferimento è lasciato drammaticamente nel vago. Non è ambiguità: "Fa' sempre la cosa giusta", dice il Sindaco, il che significa che ognuno deve appellarsi alla propria coscienza... LOVE&HATE si combattono dall'inizio dei tempi, e sono spesso inestricabili. Qual'è la forza di Lee? Di metter giù, in ordine perfetto, il melting pot di sempre. Con calma, nel ritmo indiavolato, con lucido distacco. Senza manicheismi, senza apriorismi: bianchi o neri, buoni e cattivi, irritanti o commoventi, ma dalle due parti. Senza vinti, o vincitori: come sarebbe stato tutto più semplice, e più sciocco, dar la colpa all'uno o all'altro... Qual'è la forza di Lee? Di buttare all'aria tutto quell'ordine che tanto ci piaceva: proprio quando incominciavamo a godere!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sindaco: Muchy! Vieni qui dottore!

Mookie: Sindaco! Sto lavorando. Sto lavorando. Sto lavorando

Sindaco: Oh dottore! Dottore, dottore, dottore. Ah. E' il sindaco che ti sta parlando!

Mookie: D'accordo, d'accordo

Sindaco: Dottore!

Mookie: Avanti che c'è?

Sindaco: Fa sempre la cosa giusta!

Pausa

Mookie: Tutto qui?

Sindaco: Tutto qui!

Mookie: Capito. ...Me ne vado.

sussurrato da sushi | 04:46 | commenti


mercoledì, marzo 17, 2004
 

 

 

 

 

 

Brigitte Fontaine
Kekeland
Virgin

Y'a des zazous

Jusqu'ici sur Terre
Un homme pouvait être
Blanc ou noir ou jaune
Ou rouge et puis c'est tout
Mais une autre race
Est en train d'apparaître
C'est les Zazous, C'est les Zazous...

[Un vocal qui monte jusqu'au amygdales
Avec un veston qui descend jusqu'au genoux]
Les cheveux coupés jusqu'a l'épine dorsale
Voila le Zazou, voila le Zazou

Y a des Zazous dans mon quartier
Moi je le suis déjà à moitié
A votre tour un de ces jours
Vous serez tous Zazous comme nous
Car le Zazou c'est contagieux
Ça commence par un tremblement
Qui vous prend soudain brusquement
Et puis en plus des hurlements

Si vous rencontrez un jour sur votre passage
Un particulier coiffé d'un fromage mou
Tenant dans ses doigts un poisson dans une cage
C'est un Zazou, c'est un Zazou

Si votre épicier vous dit : " j'ai du gruyère
Mais malheureusement il ne reste que les trous "
Ne supposez pas qu'il fuit de la cafetière
Il est Zazou, il est Zazou

Y a des zazous dans mon quartier
Moi je le suis déjà à moitié
Un de ces jours ça vous prendra

A son futur gendre avant-hier ma concierge
Disait : voyez vous, ma fille est un bijou.
Elle est encore mieux que si elle était vierge.
Elle est Zazou, Elle est Zazou

Et en prenant le train j'ai vu le chef de gare
Qui m'a dit : Mon cher, je suis plus cocu du tout
Je suis quelque chose de beaucoup plus rare.
Je suis Zazou, je suis Zazou

Y a des zazous dans mon quartier
Moi je le suis déjà à moitié
Un de ces jours ça vous prendra

A la société devant payer sa dette
Devant la guillotine Gégène il dit j'm'en fout
Y a déjà longtemps que j'ai perdu la tête
Je suis Zazou, je suis Zazou

Avec une mondaine de la place Pigalle
Mon ami Léon a fait les 400 coups
Ça lui réussit car pour ses 25 balles
Il est Zazou, Il est Zazou

Y a des zazous dans mon quartier
Moi je le suis déjà à moitié
Et à mon tour un de ces jours
On finira par m'amener
Dans un asile d'aliénés
Entre zazous, on s'y retrouvera
Car c'est fou ce qu'on rigolera
Quand sous les douches on chantera comme ça


 

Nel paese dei keké – proviamo ad azzardare la traduzione "scapocchioni" - la cantante con la testa rasata è regina. Brigitte Fontaine, allora, e poi in ordine sparso Georges Moustaki e i Sonic Youth, Archie Shepp e i Noir Desir, l’ex Gong Didier Malherbe e gli alchimisti di suoni Mathieu Chèdid e Jim O’Rourke.
E tanto improbabile appare la stravagante sessantenne monarca della canzone transalpina nel costume elisabettiano dell’ovale di copertina quanto fantasmagoriche suonano le musiche che tutte quelle firme hanno disposto intorno alla sua voce maliosa e impertinente, ciascuna trovando il modo di impegnarla su registri, espressioni e umori sempre differenti, come in una sorta di zibaldone canoro senza tempo e senza frontiere.
E del resto Kekeland è un luogo della fantasia, un posto eccentrico per definizione, una terra in cui un fiero e dinoccolato reggae per tabagisti impenitenti – Je Fume – può fare il paio con un rock impressionista – Bis Baby Boum Boum -, una vecchia canzone popolare degli anni Quaranta – Y’a Des Zazous – trasformarsi in una maliziosa filastrocca pop e un tango senza troppe pretese – Pipeau – anticipare un’escursione anglofona nel trip hop – God’s Nightmare – e una ballata d’autore – Je T’Aime Encore – sfilare nella medesima scaletta con un nervoso world funk – NRV - senza per questo scandalizzare nessuno.
Quando la musica diventa autentica entropia e una collana di canzoni un eccellente pretesto per uscire dalla consuetudine e salire sulla giostra delle sorprese. (su gentile concessione di E.B.)

 

 

 

zazous

Anche se nel caso della canzone "zazous" prende il significato di "freak", scherzo della natura, è un termine che si riferisce ad una corrente di pensiero attiva nel Nord della Francia agli inizi degli anni '40, durante l'occupazione tedesca. Cab Calloway, esponente dello swing jazz crea questo piccolo movimento alternativo che anticiperà l'esistenzialismo. Il nome deriva dall'americano zootsuit, vestito maschile, caratterizzato da grande giacca con spalle esasperate, pantaloni larghi in vita, stretti e corti alla caviglia, in evidenza calzini colorati. Per le ragazze: giacche simili, aderenti gonne al ginocchio e tacchi alti. Il completo originario dell'America del Sud approda negli Stati Uniti e arriva in Europa conquistando addirittura Parigi e i suoi giovani alternativi. L'origine del termine è onomatopeica, derivando da un successo musicale dell'epoca: "Zaz Zuh Zaz".  Per chi mi conosce in the real world questo è solo un assaggio di quel che sarà!!! ...novità in arrivo!!! ...sò che è un azzardo ma non mi va di vivere col timore che ci sia sempre qualcuno che ronzi intorno con velleita di emulazione, anche per quanto riguarda le passioni, gli hobby e le scoperte, se c'è ancora qualcuno che, purtroppo per lui/lei, non ha ancora affinato la capacità di comprensione del "bello" senza che per forza glielo faccia natare qualcuno, non è problema mio!! Nella mia presunzione non posso che crogiolarmi nel fatto che ogni mio acquisto, o gusto in qualsiasi ambito crei un corollario di cloni in chi mi sta intorno, subito pronti a far propria la vita altrui, dimenticandosi molto in fretta che fino la giorno prima non ne sapevano un emerito cazzo a riguardo!! Scusate per lo sfogo, ma questo blog l'ho creato per poter scrivere di me, e di ciò che sguiscia tra i miei neuroni, e sfogarmi, e da troppo tempo sto svelando solo un lato edulcorato di me, l'unico sbaglio che penso di aver commesso, e penso che tanti mi capiranno, è di aver parlato del blog alle persone che mi circondano, sarebbe stato meglio annoverare solo un pubblico di sconosciuti, almeno ora la vedo così!!

sussurrato da sushi | 02:59 | commenti (2)


lunedì, marzo 15, 2004
 

 

 

In attesa di "Go go tales" l'ultimo lavoro del inquieto Abel Ferrara, ancora work in progress in quel di Cinecittà (nel quale si cimenterà per la seconda volta con il regista 'irlandese la nostra Asia Argento, e l'inedito Nino Dangelo nel ruolo di un "barone"...) mi riguardo R xmas(2000), in italiano Il nostro Natale, nel quale Ferrara ha voluto gettare l’ennesimo sasso in quello che lui ritiene essere lo stagno apparentemente quieto delle nostre esistenze al di sotto del quale si agitano le turbolenze dell’eterno conflitto tra il bene e il male. Ecco allora che sullo schermo compaiono tre protagonisti senza nome, due dei quali costituiscono una coppia borghese come tante altre. O forse non proprio. Perché Lui e Lei (denominiamoli così) sono impegnati a trovare la bambola tanto desiderata dalla figlioletta e a pensare dove ci si troverà per celebrare in famiglia la festività. Ma intanto il lavoro (i nostri operano nel settore della compravendita) conserva le sue esigenze: bisogna acquisire e poi preparare con metodica precisione la merce, bisogna fare i conti con i venditori al dettaglio perché non cerchino di imbrogliare. Insomma: le preoccupazioni e i guai quotidiani. Peccato che i Nostri, che ogni tanto si ritrovano in bocca essendo dominicani la parola «natività», vendano la morte. Sono infatti trafficanti di "polvere d'angelo", bianca come la neve che dovrebbe ammantare New York, e letale. Ferrara realizza così un piccolo trattato morale sulla «normalità» del male. Visti da fuori, da uno sguardo inconsapevole della loro attività, Lui e Lei sono due borghesi qualunque, con le attese e i sentimenti di molti nei confronti della festività. Ma non è così e il sequestro che Lui subirà da parte di un concorrente nero e razzista costringerà Lei a prendere in mano le redini. Con quel Natale che incombe e con la festa da organizzare. Questo prima dell’11 settembre. Ma non sembra che da allora il consumo di droghe a New York sia diminuito, anzi. Purtroppo Lui e Lei continuano a non essere solo cinema.
Maestro nel filmare e dominare la violenza, con i suoi ritratti oscuri di antieroi, stritolati da un destino crudele, Abel Ferrara è uno dei registi di culto del cinema americano.
Nel film per la tv "Crime Story" dopo soltanto pochi minuti un poliziotto violento si rivolge al bandito dicendogli: "Troverò la cosa che ami di più al mondo, e la ucciderò. Tua madre, tua moglie, tua figlia... Qualunque cosa sia, è morta". Abel Ferrara (Stati Uniti, 1952), è un regista viscerale, inquieto e originale come pochissimi nel firmamento cinematografico mondiale. "Sì, in America i censori devastano i miei film. Ma io me ne fotto, non sono disposto a scendere a compromessi. I miei film non sono per tutti. Me ne frego se turbano le casalinghe di Beverly Hills", questa dichiarazione d'intenti ben rende l'idea di quanto oscure e "disturbanti" siano le sue opere: in questi anni ha toccato livelli così estremi come solo David Cronenberg e David Lynch hanno saputo fare.Con un stile visivo scarno e mai scontato, mette in scena storie esasperanti di paranoia urbana con lo scopo di turbare e spiazzare chi è disposto a calarsi nei meandri delle sue trame; il poliziesco metropolitano è il tramite. La sua direzione filmica si caratterizza come un continuo esercizio di stile: ambientazioni oscure, non solo nelle situazioni e nei personaggi, ma soprattutto nelle scenografie (le giornate di sole sono pressoché assenti), e un'eccellente direzione degli attori per una veridicità d'espressione a dir poco audace. Metà italiano e metà irlandese, schivo e alieno alle pubbliche relazioni, Abel Ferrara è vissuto nel Bronx, a New York, fino a tredici anni. Ha una capacità di filmare e dominare la violenza come pochi; rabbia e oscurità invadono lo schermo raccontando, senza diplomazia alcuna, la peggiore realtà sociale contemporanea. I suoi personaggi, mai eroi, sono inevitabilmente in pericolo, stritolati senza rimedio da un destino crudele che loro invano tentano di fronteggiare: nessuna speranza di salvezza o fiducia nella giustizia, e la consolazione non è contemplata. Dopo aver realizzato per la tv diversi episodi della serie "Miami Vice" e "Crime Story", e per il grande schermo l'inedito in Italia "The Driller Killer", il suo secondo lungometraggio del 1981 è "L'angelo della vendetta", ambientato in una New York malefica dove regna soltanto il peggio dell'inquietudine metropolitana. Questo sarà il motivo ricorrente di tutta la sua sotterranea carriera, che muove i suoi primi passi riallacciandosi idealmente a "Taxi Driver" di Martin Scorsese. Nella storia: una poveretta, violentata due volte di seguito, uccide il secondo stupratore! Riconosciamo nella parte del primo stupratore, lo stesso cineasta, che tra l'altro compare anche in altre pellicole. Del 1984, con tematiche simili, "Paura su Manhattan"; due anni dopo, pur cambiando location, siamo infatti a Chicago e naturalmente sempre nei posti peggiori, esce "Crime Story-Vite sbagliate". I venti minuti iniziali mozzafiato di "China Girl" del 1987, sono degni di essere ricordati nella storia del cinema; notevoli gli inseguimenti in vicoli e discoteche per l'ambientazione cupa e inquietante che ormai è la prerogativa di tutti i suoi lavori. Il seguente "Oltre ogni rischio" è stato ripudiato da Ferrara per le manipolazioni imposte dalla produzione; rimane comunque un buon thriller di cui segnaliamo la particolarità dei suggestivi titoli di testa. Meccanismi sempre più raffinati per "King of New York" del 1991; ottiene per la prima volta, l'apprezzamento della critica che si traduce in successo commerciale. Merito anche della stupenda interpretazione dell'attore protagonista Christopher Walken nella parte del gangster Frank White. Si legge su Cahiers du cinéma: a proposito del film: "Il suo stile quasi impressionista, dà al film tutta la sua forza, immergendo lo spettatore nella disturbante sensazione d'esserci". Con il duro e difficile "Il cattivo tenente" del 1992 un Ferrara ormai cineasta di culto ci presenta un lavoro viscerale dove, morta la speranza, imperversano disperazione e oppressione; interpretato da un grande Harvey Keitel, nel ruolo di un poliziotto perverso e drogato, questo film, secondo Irene Bignardi, meriterebbe l'Oscar della sgradevolezza. Ferrara ormai rivela uno stile originale in cui le scene sono allungate più dei tempi necessari al fine di dilatare e amplificare la sgradevolezza visiva e morale. E scende ancora più a fondo, con una spada che sembra non raggiungere mai il punto più doloroso, con "Occhi di serpente" senza dubbio l'opera più affascinante. È un film nel film, girato raccontando di un set dove ben presto si perde la bussola di quella che è la storia reale che si confonde sempre più con la finzione. Notevole anche l'incursione nel fantastico di "Ultracorpi-L'invasione continua", un lavoro su commissione, nel quale comunque il cineasta mette il suo zampino personale soprattutto per la stupenda fotografia e le opprimenti tenebre. L'inedito in Italia "The Addiction", cupo e esasperante più che mai, racconta una storia in bilico tra violenza, tossicodipendenza e vampirismo. I distributori italiani neanche l'hanno proposto sul mercato nazionale. Sorte diversa per il successivo "Fratelli" del 1996, che sul mercato americano è uscito con un più convincente ed esplicativo titolo, "The funeral". Un importante cast per questa storia di vendette familiari degna della saga de "Il Padrino" di Francis Ford Coppola. La violenza colpisce così tanto che resta difficile riuscire a soffocare la rabbia; impegnativo e cupo, si discosta notevolmente dalla scorrevolezza narrativa e concettuale della trilogia coppoliana. Un finale teso con scene di "straordinaria e feroce bellezza" suscita nello spettatore rabbia dal sapore molto amaro. Il protagonista Christopher Walken, racconta del lavoro con Ferrara come un qualcosa di creativo e stimolante, in cui molte cose vengono lasciate all'improvvisazione senza però mai abbandonare la "disciplina" del film. In "The Blackout" si racconta di una star assediata dal suo stesso successo, e per "New Rose Hotel", la messa in scena fortemente suggestiva è arricchita dalla superlativa recitazione di Christopher Walken, Willem Dafoe e Asia Argento. Ferrara è un autore unico che lavora ai limiti del cinema di consumo; da indipendente è entrato nel sistema cinematografico americano guastandone tutte le convenzioni. Anzi, delle stesse si arma per costringere il pubblico a seguire le sue ossessioni. Le sue opere sono particolarmente difficili e impegnative, e richiedono parecchie visioni.

"L'ultima delle mie preoccupazioni è chi andrà a vedere i miei film". (Abel Ferrara)

sussurrato da sushi | 03:40 | commenti (5)


lunedì, marzo 08, 2004
 

 

 

Io corro a prendere i biglietti, voi fate come vi pare!!!

La musica elettronica internazionale dipende indissolubilmente dalla grande creatività dei Kraftwerk, il leggendario progetto teutonico uscito allo scoperto nella prima metà degli anni settanta, ispiratore di un’infinita evoluzione musicale che continua ancora oggi. Ritornati in attività l’anno scorso, dopo ben 17 anni di silenzio, i Kraftwerk ora si apprestano a riprendere anche l’approccio con il palcoscenico. Impedibile per tutti gli appassionati del genere la data italiana, precisamente il 18 maggio all’Auditorium Gianni Agnelli(Lingotto) di Torino. Band come Devo, Depeche Mode, Ultravox, D.A.F. non sarebbero neppure immaginabili senza la loro presenza, come anche tutta la scena dance/elettronica più attuale, dai Chemical Brothers ai Daft Punk fino agli italiani BluVertigo e Soerba. I Kraftwerk possono essere considerati i veri padri della moderna computer-music. Il loro contributo allo sviluppo della musica elettronica è infatti riscontrabile in molte delle produzioni techno ed electro di fine millennio, da Aphex Twin, al minimalismo elettronico di Plastikman, alla techno-trance di Orb ed Orbital. L’intuizione di Ralf Hutter e Florian Schneider Esleben, due studenti del conservatorio di Dusseldorf, fu di usare, all’inizio degli anni ’70 e con quel poco che la tecnologia metteva a disposizione, le macchine come strumento compositivo. Dopo alcuni album nei quali i due soprattutto cercarono un linguaggio possibile tra sperimentalismo, canzone e musica concreta, è nel 1974 con “Authoban” (il primo al quale collaborano per la prima volta anche Klaus Roeder e Folfgang Flür) che trovarono la quadratura del cerchio. Contemporaneamente il panorama tedesco era quanto mai fertile: la musica elettronica sembrava un territorio immensamente ricco di soluzioni e possibilità tutte da scoprire: Can, Tangerine Dream, Faust, Ash Ra Tempol, Popol Vuh, ognuno nella loro direzione, ne stava esplorando una parte. Dal canto loro, i Kraftwerk erano interessati ad analizzare nella maniera più compiuta il rapporto sempre più stretto (e alienante) tra uomo e macchina. Un percorso che riguardò non solo la loro musica ma anche lo stralunato modo di porsi sul palco: distaccati ed inespressivi, molto più vicini al mondo delle macchine che non a quello degli esseri umani. E’ noto l’episodio in cui i quattro, dopo due brani, si alzarono dalle loro poltrone in platea e salirono sul palco: quelli che tutto il pubblico aveva preso per i musicisti erano in realtà solo dei manichini. Così, se con i primi due album i Kraftwerk si erano preoccupati di trovare un loro particolare suono, con “Ralf und Florian” si erano occupati delle armonie e delle melodie, e in “Autobhan” e “Radio Activity”avevano aggiunto le parole, spesso in tedesco. "Trans Europe Express" fu l'album dell'identità mitteleuropea con un occhio alla tradizione popolare musicale tedesca più autentica, quella del cabaret, e finalmente con "The Man Machine" si completa il discorso sull'identità europea e inizia una nuova fase: presagisce qualcosa che solo dieci anni più tardi sarà una realtà: l’avvento dei calcolatori elettronici sia in ambito produttivo che nella vita di tutti i giorni. Ma attenzione: tutto ciò oggi è visto come alienante e negativo, ma allora non era così. Il gruppo dichiarò all’epoca: "The Man Machine", l'ultimo album, rappresenta per noi una specie di simbiosi, un tentativo di scoprire i parallelismi, le affinità, l'amicizia fra l'uomo e la macchina. È esattamente il contrario di quanto fatto durante gli anni 60 dalla cultura rock, che cercava di scoprire le differenze, e quindi di reagire ad una epoca e quindi ancora di staccarvisi. Crediamo fortemente in questa ricerca: è ciò che tentiamo di fare da quando abbiamo cominciato nel 1970 a Düsseldorf con un vecchio Revox. È la nostra esperienza quotidiana, la scoperta dell'uomo-macchina, essere noi stessi umo-macchina: dimostrare che non è un limite, dimostrare che noi facciamo delle cose meccaniche mentre le macchine fanno delle cose quanto mai umane. Ci siamo avvicinati ad esse come i bambini quando scoprono la vita: ci siamo accorti che sono il riflesso psicologico della nostra esistenza. Quindi ecco il rifiuto delle teorie del secolo scorso (l'uomo dominato dalla macchina) ed una tranquilla, amichevole collaborazione fra l'uomo e la macchina.” Per questo la musica dell’album non ha niente di alienante o nevrotico. Certo, è gelida, asettica, parla più al cervello che al cuore, ma ha un suo sottile fascino. Già, ancora non si era capito quanto per l’uomo possano essere pericolose le macchine e quanto possa essere pericoloso affidarvi tutta la nostra creatività. Quello sarebbe venuto dopo: allora c’era solo il piacere della scoperta. La scorsa estate la band ha pubblicato uno dei ritorni più attesi dal mondo discografico, il difficile e concettoso "Tour De France". Precedentemene il lungo silenzo era stato interrotto soltanto nel 2000 dal singolo commemorativo "Expo 2000", dedicato e commissionato dall'Expo di Hannover. Nei Kraftwerk c'è tutta la finezza e l'intelligenza dell'avanguardia e quasi due decenni di silenzio non hanno smussato le caratteristiche del gruppo tedesco, ancora oggi capace di fondere la freddezza della strumentazione digitale e sintetica con l'ispirazione romantica tipicamente mitteleuropea, tanto sperimentale e glaciale quanto sensuale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


sussurrato da sushi | 02:17 | commenti (4)


venerdì, marzo 05, 2004
 

 

 

HAIKU

 

 

 

Della frescura
faccio la mia casa,
e qui riposo

 

 

 

Spiccando i fiori di pruno
mi colpisce la mia mano rugosa
profumo...

 

 

 

Brezza serale:
vola sul volto un lembo
della zanzariera

 

 

 

Frinire di grilli:
penetra nel muro
la mia ombra

 

 

 

Luna d'inverno:
sento i ciottoli
sotto le mie scarpe

 

 

 











sussurrato da sushi | 15:26 | commenti


mercoledì, marzo 03, 2004
 

 Sguardo offuscato, e gote umide dalle lacrime l'ultimo quarto d'ora...

Big fish è la storia di Edward Bloom (interpretato giovane da Ewan McGregor e anziano da Albert Finney) e delle persone che lo amano. Pur non credendo nemmeno lui a tutto quello che dice, per Edward l’essenza della vita sta in ciò che si racconta. Da bambino è colpito da un articolo sui pesci rossi da cui apprende che "se tenuto in una vasca piccola, il pesce rosso rimane piccolo; ma se tenuto in uno spazio più grande esso è in grado di addirittura quadruplicare le proprie dimensioni". Passano gli anni e Bloom decide che per crescere – proprio come il pesce rosso - deve andare via, alla scoperta del mondo. Intraprenderà così un improbabile quanto mitico viaggio. I racconti delle sue avventure negli anni incanteranno tutti, tranne suo figlio Will (Billy Crudup) che per sfuggire alla fama del padre va via di casa. Quando Edward si ammala e sua moglie Sandra (Jessica Lange) cerca di farli riconciliare, Will intraprenderà il suo viaggio personale in cui tenterà di separare il mito dalla realtà nella vita del genitore.
Big fish inizia con un crescendo di storie, una montagna di favole iperboliche che l'anziano Edward Bloom ha messo a piedistallo della sua esistenza, con carrellate su villette a schiera, vialetti e prati tutti identici, e scorci di vita di provincia americana.(...già dipinti fantasticamente in "Edward mani di forbice" in tutta la sua mediocrità e stereotipizzazione) Si rimane disorientati dal moltiplicarsi degli aneddoti fantastici, tanto che il film sembra non avere una linea narrativa comprensibile, quanto piuttosto una folla di invenzioni accatastate l'una all'altra (similmente all'incipit vorticoso e saturo di personaggi de il Mestiere delle armi, di Ermanno Olmi). Ma mano mano che la narrazione procede, si chiarifica che la storia è una, e, come la vita inventata di Bloom, eterogenea ma unitaria e compiuta.
Tim Burton, devoto cultore della narrazione lineare forte, getta un guanto di sfida. Se è vero che sempre più difficile sembra far affezionare un pubblico, la cui attenzione è bisognosa di stimoli adrenalinici continui, a storie corpose ed elaborate, che richiedono fiducia nella costruzione del racconto, allora si può provare a raggirarne il pregiudizio di fruizione. Big fish si presenta come un accumulatore di meraviglie old fashion, un ripetitore di invenzioni menzognere da svelare. Quel tanto che basta ad accalappiare il fantomatico giovane pubblico inquieto e dalla scarsa predisposizione a dispositivi narrativi che non presentino un colpo di scena ogni dieci minuti. Una volta ottenuta una fiducia sempre più rara e preziosa, il film si svela. Anzi non si svela: perché Big fish è la storia di un narratore che neanche davanti alla morte rivela la verità alla base delle sue storie. Un narratore che è lui stesso una storia, una pura creazione di se stesso nella metafora più perfetta ed elegante del mito del self-made man. Ciò che c'è dietro il narratore-storia non è vitale. E' importante ciò che viene evocato: è questa l'essenza, il fascino del racconto, ciò che arriva a comprendere Will, il figlio di Bloom, e che fa anche lo spettatore. Will, un giornalista abituato a rintracciare la verità dentro la storia, scopre un padre la cui storia inventata non è necessario svelare per amarla e sentirla parte di se. Il pubblico, un soggetto mutante, imprecisato e sfuggente di cui sembra percepirsi solo la fame di eccitazione amplificata e distorta dal sovrapporsi selvaggio di molteplici modelli di fruizione (cinema, televisione, videogiochi, internet), viene "riaddomesticato" al racconto classico, scoprendo che una storia non deve essere necessariamente veloce e furiosa per catturare.
Big fish, come Edward Bloom, è dunque in parte un inganno: non è un film che racconta le gesta "Munchauseniane" di un vecchio signore svampito. O la storia dello svelamento di un imbroglione. È, come tutti i film di Burton, un inno alla tolleranza: Will si riavvicina a Ed senza bisogno di sapere la sua vera storia, ma arrivano ad accettare l'uomo per quello che. Verità esagerate, non assolute e definitive, ma dal cui sentimento di affetto Will riesce finalmente da essere colpito e avvolto grazie alla sua evocazione, attraverso il manto fantastico dei ricordi iperbolici di Ed. Evocazione fatta di emozione pura; evocazione che, quindi, anche se razionalmente non rappresentabile, ha tutti i crismi della più pura e salvifica verità. Will e il pubblico vengono dunque "riaddomesticati" all'emozione, all'innocenza e allo stupore disarmante che può provocare un ampio movimento narrativo. L'esperimento Big fish si ricongiunge così alla tradizione più profonda del racconto, elaborando contemporaneamente uno sforzo assolutamente originale per posizionarsi con successo nel panorama frammentato e caotico della narrazione cinematografica contemporanea. All’interno del film c’è anche un circo itinerante, il cui proprietario è Amos Calloway (Danny De Vito). Circo che mi ha portato subito alla mente un film visto in una rassegna di Ghezzi, film dove i protagonisti erano "freak" reali e non scimmiottamenti, scherzi della natura impressi su una pellicola, forse con lo stesso scopo di Burton ovvero quello del del far riflettere su chi è il vero "freak" nella vita reale, loro o noi considerati "normali", alienati e immostriti dalla vita? Per la presenza del circo nel film, in America molti hanno voluto accostarlo a Fellini. "Lo prendo come un complimento" spiega Burton "da ragazzo, nonostante sia nato in una piccola cittadina americana, ho avuto la fortuna di vedere alcuni film di Fellini e mi hanno colpito molto. In effetti, quando si vede un circo in un film, si pensa subito al grande regista italiano; da lui ho cercato di prendere la gioia di raccontare la vita e di vivere". In questa nuova "fiaba" si ritrova sia il lato dark caratteristico di Burton, ma anche tanto sentimento ed uno spirito positivo: "Ho perso mio padre recentemente e questo mi ha portato a riflettere ed a indagare più a fondo sul rapporto padre-figlio" commenta il regista "per questo non credo avrei mai potuto girare prima un film così…non senza aver provato ciò che ho provato con la perdita di mio padre. A parte questo, nel film c’è in effetti uno spirito positivo che mi piace, anche se la gente dice che faccio film cupi". Tim Burton è diventato padre proprio mentre terminava questo lavoro "Non so se è anche per questo – spiega – ma mi identifico più nel ruolo del padre che in quello del figlio Will. Edward è simile a Batman: introverso, con una componente di tristezza". Ma cosa è per un visionario come Burton la fantasia? "La fantasia per me è guardare il telegiornale la sera: spesso c’è più realtà nel mondo fantastico che in quello reale, in quello che si vede per esempio in tv. Ciò che mi interessa è proprio la percezione del reale e la confusione fra le due linee: realtà e fantasia. Poi basta guardare in tv il Presidente Bush: quando parla mette al primo posto la lotta al terrorismo e subito dopo, al secondo posto, la conquista di Marte…è folle! Non vivendo più negli Stati Uniti (vive a Londra da qualche anno) vedo le cose in modo un po’ più distaccato. Credevo che dopo il successo ottenuto con Batman per me le cose sarebbero diventate più facili, invece ho sempre incontrato grandi difficoltà a portare avanti i miei progetti. Mi sentivo straniero in patria, ecco perché sono andato via. Ma a me va bene così. Sono comunque grato al mio Paese che mi ha dato la possibilità di fare il lavoro che amo".

sussurrato da sushi | 04:33 | commenti (4)