[....Vivo come un cammello in una grondaia, in questa illustre e onorata società!
E ancora, sto aspettando, un'ottima occasione per acquistare un paio d'ali,
e abbandonare il pianeta.
E cosa devono vedere ancora gli occhi, e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste il male...
se fossi un po' più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene, e inutili dolori....]


SAKURA


[...In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita nell'incerto cammino del ritorno...]



[...shizukani tokino kizuni kurushimu murewo kundewa tobanai taka furuki oshiewo tadotte kokoronomamani konokanashimiwo norikoete...]





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D.Aronofsky


W.K.Wai


S.Lee


Miike Takashi


Tim Burton


David Lynch





...quanti elefanti saranno mai passati di qua??!!
*loading*...elefanti si dondolavano
sopra il filo di una ragnatela
e considerando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante...

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicitá. Non puó pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001


mercoledì, giugno 29, 2005
 
sussurrato da sushi | 16:57 | commenti (1)


giovedì, giugno 09, 2005
 

Steamboy, il ragazzo del vapore
Arriva in Italia il più costoso anime nella storia del Sol Levante. Un'entusiasmante avventura steampunk segna l'atteso ritorno di un maestro dell'animazione.
 

A sedici anni dall'uscita di Akira, il primo anime giapponese largamente distribuito nel circuito cinematografico internazionale, undici anni dopo il trittico di Memories, ecco tornare Katsuhiro Otomo, una autentica leggenda nel mondo dell'animazione. Visti i numeri, il suo non poteva che essere un ritorno in gran stile. Se Akira aveva esaltato l'estetica cyberpunk del suo creatore, Steamboy segna un superamento dell'ormai mitico precursore e si inserisce in una tradizione altrettanto nobile ma forse cinematograficamente meno sfruttata: lo steampunk, irriverente miscela di critica sociale e divertissment che trasfigura il positivismo dell'epoca vittoriana in una raffinata sintesi di cyberpunk e storia alternativa. Nel mondo della narrativa lo steampunk ha raggiunto il suo apice nella Macchina della Realtà di William Gibson e Bruce Sterling (Mondadori) e nella trilogia Steampunk di Paul Di Filippo (Editrice Nord), due raffinate incursioni di alcune illustri personalità della fantascienza contemporanea in un Ottocento di pura invenzione, in cui una provvidenziale combinazione della tecnologia del vapore con le scienze informatiche ha permesso di anticipare la rivoluzione elettronica di circa un secolo. Lo scenario urbano è dunque dominato da macchine mirabolanti e strutture meravigliose, ma dietro la facciata di questo progresso illuminato si nascondono trame occulte che non di rado sconfinano nel sovrannaturale. Un po' più prosaico, a dire il vero, è il primo e finora unico esemplare cinematografico del filone, quel Wild Wild West di Barry Sonnenfeld che riprendeva in chiave ironica le avventure televisive di un agente federale e di uno strambo inventore su e giù per il Far West. Il risultato, per quanto divertente, non fu tale da inaugurare un sottogenere, come invece era successo quindici anni prima per Blade Runner, vera pietra miliare del cinema moderno. A colmare la lacuna giunge ora Steamboy che, non temiamo smentite, da adesso in poi cambierà definitivamente il cinema d'animazione. Il suo creatore ha speso dieci anni per realizzare questa epica vittoriana ricreata combinando la grafica tridimensionale con la tecnologia digitale. Ogni fotogramma è stato disegnato a mano per poi essere rielaborato al computer. Per il risultato finale sono state necessarie 180000 inquadrature e 30000 tipi di suoni diversi. La sfida di Otomo ha richiesto un budget di 22 milioni di dollari, rendendo Steamboy il più costoso anime della storia. Ambientato nell'Inghilterra di metà Ottocento, questo kolossal di animazione dimostra il perfezionismo del suo autore nella cura con cui sono state ricostruite le architetture vittoriane, il caos delle strade urbane, le prodigiose macchine a vapore che solcano i cieli e le acque di questo passato alternativo. Otomo ha spiegato come la scelta dell'ambientazione sia stata spontanea, una volta fissati gli elementi essenziali della storia, che ruota intorno all'Esposizione Universale e alle macchine a vapore. Visto il suo carattere di storico pioniere della Rivoluzione Industriale, la scelta non poteva che cadere sull'Inghilterra.


La trama vede il giovanissimo Ray Steam, promettente inventore figlio di una famiglia di scienziati che da due generazioni si dedica all'esplorazione della nuova tecnologia, alle prese con una misteriosa "sfera a vapore". Lo strano oggetto, affidatogli dal nonno, proietta Ray in una sarabanda di inseguimenti, rapimenti e fughe, rivelandosi un'invenzione ambita da più contendenti. La sfera, infatti, racchiude in sé un potere immenso, in grado di dare una spinta determinante al progresso ma anche di fornire un importante impulso all'escalation militare. Ray dovrà vedersela con un esercito di automi a vapore e, in fuga da una fortezza volante sospinta dalla forza del vapore, si troverà infine costretto a scegliere tra i suoi affetti, alla vigilia dell'Expo Universale di Londra, combattuto tra la volontà del nonno di distruggere il congegno e l'ambizione del padre di piegare la scoperta al suo volere. Come da consuetudine, la storia verte attorno all'ossessione classica di Otomo, quel conflitto tra l'individuo e le forze oscure di un potere superiore in grado di mettere in discussione le basi stesse del futuro. Tra i punti di forza della pellicola, oltre all'estrema perizia tecnica di cui si è già detto e al virtuosismo stilistico di Otomo, occorre anche annoverare una storia che non si limita a semplice pretesto per uno spettacolo fantasioso e imponente, ma mette in campo autentici tipi umani, ognuno con le sue debolezze e i suoi slanci. E dopo dieci anni di attesa non possiamo non gioire per il risultato di questa impresa, che di certo saprà affascinare lo spettatore estraneo alle visioni di Di Filippo e soci, come pure il più disincantato cultore del genere.

Intervista a Katsuhiro Otomo, a cura di Marco Spagnoli
Autore di culto grazie al manga Akira, Otomo Katsuhiro torna alla regia
dopo lungo tempo di Steamboy un apologo molto moderno sulla pace e sulla ricerca. La storia prende le mosse dalla Londra dell'esposizione universale del 1851. Ray appartiene ad una famiglia di scienziati e aspetta che il padre e il nonno tornino dall'America dove hanno presentato delle loro invenzioni. Un giorno il ragazzo riceve una misteriosa sfera metallica da parte del nonno e scopre che quell'oggetto apparentemente innocuo – se caduto in cattive mani – potrebbe rivelarsi un'invenzione diabolica...

Akira è un film di culto. Cosa è cambiato per lei tornando alla regia?
Io non sono cambiato in nulla. Sono felice che quel film abbia avuto tanto successo anche se, riguardandolo oggi, scopro un sacco di imperfezioni e di difetti. Nel mio lavoro posso dire, però, che il mio approccio creativo non è cambiato.

In Steamboy c'è un lavoro fatto sia di tecnologia tradizionale che in digitale...
Esattamente. Alcune parti sono state realizzate con la tecnica usata normalmente e altre direttamente in digitale. La parte più complessa è stata quella di armonizzare tutti questi elementi, dando più spazio, ovviamente, a quelli fatti a mano. Ci sono delle scene dove il marchio del digitale è evidente. Io, però, ho voluto filtrarli ulteriormente e renderli più omogenei con il resto del film.

Conosce qualcosa del fumetto europeo?
No, sinceramente no. Almeno non in generale. Ho seguito – in passato – per qualche tempo l'animazione francese.

Il suo stile originale è sempre piaciuto molto in Europa. Forse, perfino, più che in Giappone. Sarebbe sorpreso se Steamboy avesse più successo qui che in patria?
Non credo sarebbe una sorpresa, perché Steamboy ha uno stile più europeo che nipponico. E' stato un film difficile. L'idea alla sua base era diversa da quello che mi chiedevano di fare, ovvero, ripercorrere la strada di Akira. Io, però, ho fortemente voluto seguire un'altra storia che mi interessava di più, perché particolarmente adatta all'epoca in cui viviamo.

sussurrato da sushi | 01:22 | commenti (1)


lunedì, giugno 06, 2005
 

Adaptation  USA, 2003
di Spike Jonze, con Nicolas Cage, Meryl Streep, Chris Cooper


Si comincia da dove eravamo rimasti: vale a dire il set di Essere John Malkovich, con lo sceneggiatore (vero) del film, Charlie Kaufman, però interpretato da un attore, Nicolas Cage (primo di una lunga sere di giochi sul doppio e l’ alter ego), già in crisi creativa per il suo successivo copione, Il ladro di orchidee. Dunque un apologo sulla scrittura ed il suo rapporto con il vero, per essere più precisi sul processo creativo della scrittura, momento in cui i piani di realtà e finzione si mescolano inestricabilmente nella mente dell’ autore e mandano in pezzi la sua percezione di sé. E Kaufman fa parte di quella generazione di registi (Jonze, Nolan, Haynes, per non parlare dei padri nobili come Lynch e i Coen), scrittori (il John Nolan di Memento) o entrambe le cose (Niccol, McQuarrie), più interessati a costruire un puro universo mentale, a immergere un protagonista(magari con suggestioni autobiografiche)in un ambiente irreale ma più vero del vero, che a strutturare una storia e a plasmare personaggi. Dunque meglio perdersi nel gioco dei simboli, dei paradossi linguistici, del cinema nel suo farsi che pensare al film in sé, il tutto nel tentativo di riallacciare un rapporto armonioso, affettivo se non tra immaginazione e realtà almeno tra singolo e immaginazione. Non sarà un caso che, per Il ladro di orchidee siano stati tirati in ballo Escher, il cubismo, Kafka (ma sarebbe molto meglio dire Borges), il surrealismo (a partire dal manifesto a-la Magritte-Dalì). E se il tema è la deriva nella scrittura non sarà un casuale neanche notare come l’autobiografismo esacerbato sia il motivo portante della sceneggiatura di Kaufman. Tutto nel più puro sentire post-modern, dagli esempi eponimi di Allen e Moretti a quelli meno clamorosi ma ugualmente sostanziali di Kitano e Abel Ferrara. Come accennato in precedenza Charlie dovrebbe adattare per il cinema un best seller, “Il ladro di orchidee” appunto, resoconto degli incontri tra Susan Orlean, redattrice del New Yorker e John La Roche, collezionista di piante rare, ossessionato dalla famigerata Orchidea fantasma, pianta da cui si potrebbe ricavare un potente allucinogeno. Ma Kaufman è in crisi di ispirazione, la sua vita di relazione è un disastro e inoltre si trova a convivere con un fratello Donald, tanto inetto e superficiale quanto di successo nella vita affettiva. Come non bastasse Donald, anche lui sceneggiatore, sfonda a Hollywood con un trito copione su serial killer e sdoppiamenti di personalità, aggravando le nevrosi del già complessato e insicuro fratello. Dunque un classico universo psicotico, con un personaggio che proietta in un doppio negativo fuori di sé il proprio disagio a relazionarsi empaticamente con il mondo, nonostante la sua volontà di “Scrivere film che esistano, senza il traino di una trama”. Ma non ci troviamo solo di fronte alla riproposizione di un canovaccio su demiurghi paranoici e frustrati, perché Kaufman alla storia del suo omonimo di celluloide abbina quelle della scrittrice Susan Orlean, a sua volta incapace di liberarsi nella scrittura e di vivere liberamente l’ attrazione che la lega al protagonista del suo libro e di La Roche stesso, essere solitario e ossessionato dal collezionismo, dove sublima la sua volontà di fuga dal mondo. Come se nella struttura del Sosia di Dostoevskij piovessero all’improvviso i temi di Deconstructing Henry di Allen. Il povero Charlie non deve soltanto rispecchiarsi nel suo opposto Donald, ma anche nei personaggi del suo adattamento, nell’incapacità di scrivere e nella paura degli altri della Orlean, come nell’ ossessionata solitudine di Laroche. Un vorticoso gioco di specchi dove Kaufman (vero) si rivede in Charlie-Cage e nel suo doppio Donald (protagonisti della sua sceneggiatura). A sua volta Charlie si immedesima in Susan (protagonista del suo copione) che si rispecchia in John (protagonista del suo libro). E forse questa continua ricerca della messa in abisso, della costruzione a strati, tradisce Kaufman e Jonze, rende faticoso l’apologo sul rapporto scrittura-vita. Già risulta difficile inserire gli argomenti del racconto filosofico nelle rigide gabbie narrative hollywoodiane, figurarsi quando si eccede in virtuosismi. Non si vuole dire che Kaufman sbagli tutto e ci dia un elefantiaco quanto inutile Otto e mezzo personale, si vuol che quattro storie innestate l’ una sull’ altra forse sono troppe. Jonze è fin troppo abile a dare rigore alla sua regia, a incastrare vorticosamente le varie linee temporali del film per frantumare il punto di vista spettatoriale e ricomporlo solo nel concitato e drammatico finale, ad utilizzare flashback, dettagli in precedenza occultati, ostacoli alla visione e certo non cade negli eccessi clippettari in cui si era impantanato il Michel Gondry di
Human nature. Il fatto è che la costruzione di Kaufman tende ad essere macchinosa proprio per il gusto virtuosistico, per la voglia di moltiplicare all’ infinito il meccanismo dei rispecchiamenti tra i personaggi. Non siamo di fronte ad un film insincero, ma di fronte ad un gioco di prestigio tirato troppo per le lunghe e che si concede troppe brillantezze per consentire alla riflessione di seguire lo spiazzamento. Proprio la “genialità” e la brillantezza tradiscono Jonze e Kaufman, perché troppo spettacolari ed autorefrenziali per essere condivise in sala. E Il ladro di orchidee diventa cinema solo a metà. Kaufman e Jonze hanno sostanza e tanto vale aspettarli con fiducia, ma il paradosso è un’arma a doppio taglio, a farne lo strumento privilegiato di indagine sulla condizione umana si rischia l’afasia.

sussurrato da sushi | 00:13 | commenti (1)