[....Vivo come un cammello in una grondaia, in questa illustre e onorata società!
E ancora, sto aspettando, un'ottima occasione per acquistare un paio d'ali,
e abbandonare il pianeta.
E cosa devono vedere ancora gli occhi, e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste il male...
se fossi un po' più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene, e inutili dolori....]


SAKURA


[...In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita nell'incerto cammino del ritorno...]



[...shizukani tokino kizuni kurushimu murewo kundewa tobanai taka furuki oshiewo tadotte kokoronomamani konokanashimiwo norikoete...]





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G.A.Romero & D.Argento


J.Carpenter


D.Aronofsky


W.K.Wai


S.Lee


Miike Takashi


Tim Burton


David Lynch





...quanti elefanti saranno mai passati di qua??!!
*loading*...elefanti si dondolavano
sopra il filo di una ragnatela
e considerando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante...

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicitá. Non puó pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001


mercoledì, novembre 16, 2005
 

Tobe Hooper primo nella mia classifica tra i 7 episodi della serie Master of  Horror visti in anteprima mondiale al Torino Film Festival, e sicuramente solleverà un polverone colossale l'episodio scritto è diretto da Joe Dante, il quale si è cimentato in una pellicola scomodissima per l'Establishment degli States, è da citare anche il nostro Dario Argento nazionale, con "Jennifer", una storia tratta da un fumetto degli anni '70; ma ne parlerò una volta finito di spolpare uno dei miei Festival prediletti, a termine di questa lunga maratona filmica, nel consueto resoconto che stilo solo per gli eventi che realmente tittillano il mio ego.

sussurrato da sushi | 00:13 | commenti (2)


giovedì, novembre 10, 2005
 

JAMIE LIDELL Live @ juvarra 10 Novembre 2005 alle 22.00,  in occasione del "CLUB TO CLUB" Festival ormai arrivato alla V edizione, tutte sbranate fino all'osso, compresi i workshop(www.clubtoclub.it). Eccoci dunque pronti ad accogliere Jamie Lidell o meglio l’uomo dell’anno!! Ogni copertina è dedicata al lui, al Sonar di Barcellona (il festival di musica ed arti elettroniche più importante del mondo) continua a stupire le folle dal 2003, anno in cui sbarcò al Procope per musica da '90. Un inglese che propone un suono che è solito aspettarsi da un newyorkese doc; sono certo di non essere l'unico a pensare a Mr. Lidell come qualcosa di mai visto prima.. e come mai?? Secondo Jamie i suoni devono colpire, non distrarre. Per questo la sua musica è lucida, eclettica e in grado di suscitare un divertimento sfrenato. Scalzo, vestito, scucito, veramente un clown del ritmo, se la suona e se la canta tutto da solo. Campiona in diretta i suoi vocalizzi aggiunge dei ritmi e li manda in loop, uno sull'altro, risultando alla fine la composizione di una piccola orchestrina da strada con il coro al seguito. Super Collider insieme a Cristian Vogel, è la prima esperienza (quella che probabilmente lo renderà noto), attraverso la fusione della propria attitudine soul con i beat colti e sofisticati del musicista anglo-cileno. Successivamente l’esordito come solista con "Muddlin Gear", un disco prevalentemente strumentale e del tutto spiazzante. Ha fatto anche da cantante per la Matthew Herbert Big Band. In giro per il mondo s’è fatto notare per i suoi live act di sola voce. E’ stato anche protagonista nelle serate Warp Records della London Sinfonietta. Con “Multiply” il suo ultimo album (2005), Lidell torna ad esprimersi come lo conosciamo, concedendosi/ci un’interpretazione in stile Prince di "Parade". Se però nella sua uscita del 1986 il principe di Minneapolis si era concentrato sul rhythm'n'blues d'annata, Jamie si dedica soprattutto al soul degli anni 60/70. Ripesca e riproduce tanto lo Stevie Wonder dei tempi d'oro, quanto lo swing Frank Sinatra addirittura. "Multiply" però, non suona come vecchio o datato. Le ambientazioni sono esplicite e le sonorità ben radicate nel nostro tempo, scintillanti e sempre originali a dir poco. A fare da legame fra la produzione precedente e questo nuovo disco, c'è "The City", brano già noto a chi ha comprato "WarpVisions", il Dvd targato Warp che ne mostrava il clip in anteprima. E' solo qui, infatti, che si ritrova lo sporchissimo soul del terzo millennio che Lidell aveva disegnato nei due album dei Super Collider e soprattutto in quella canzone-capolavoro che è "Daddy's Car", perla del suo esordio solista. L’ho presentato come l’uomo dell’anno; giusto! Le carte sono tutte in regola, tranne (forse) video su MTV accattivanti per il pubblico mainstream ed una promozione impetuosa. Proviamo ad accantonare per un attimo l’idea di patinato e lasciamo spazio all’impeto della sua anima....

sussurrato da sushi | 19:51 | commenti


martedì, novembre 01, 2005
 

In attesa di ritirare l'accredito stampa per il Torino Film Festival, e soprattutto di incontrare per la seconda volta nella mia vita John Carpenter, Joe Dante e John Landis, domani andrò a farmi un giretto per valutare i prezzi delle telecamere digitali, perchè questa volta non mi basterà l'autografo sul programma come cimelio!! Tra gli altri, i volti candidati a diventare frame creati dalla nuova videocamera sono quelli di Tobe Hooper e Mick Garris!! Argento non lo calcolo neanche, lo visto così tante volte che non mi spaventa piu', a differenza delle sue opere!! Troppe sono state l'esperienze che sono presenti solo nella mia mente, ed anche se nitide come se fossero fresche di vita vissuta, da domani molte le potrò annoverare in una bella bachechina virtuale... In attesa dell'ennesimo Festival continuo a macinare film, questa settimana per esempio le lenti dei miei occhiali hanno filtrato gli ultimi capolavori di Wenders e Burton, e per non dimenticare, mi sono rivisto qualcosa di Truffaut.

L'idea iniziale nasce da un'antica fiaba ebraica russa. Di questa Burton prende giusto l'osso della trama, perfetta per mostrarci i suoi mondi dark. Come un marchio di fabbrica è riconoscibile il suo gusto per le ambientazioni gotico-vittoriano, dove gli edifici tendono all'imponenza e le ombre surclassano le luci. E se il triste blue (che in inglese significa tristezza) domina il mondo dei vivi, giù negli inferi i colori abbondano. Scheletri, corpi putrefatti, animali in libera uscita cantano e ballano come in superficie nessuno osa fare. E se riescono a liberarsi di ciò che li tiene legati ancora alla terra è per diventare farfalle (in greco. anima e farfalla si dicono entrambe "psiche") Burton, come è solito fare quando tratta di fantasmi e maschere, si diverte a capovolgere il pensiero comune. Era successo in Beetlejuice (di cui cita la scena della cena con i mostri che appaiono dietro ai commensali) dove "gli sposi cadaveri" avevano più amore dei traslocanti cittadini, era accaduto nei suoi due "Batman" dove Joker e Mister Penguin primeggiavano in simpatia sull'uomo pipistrello e nuovamente per l'Edward dalle mani di forbice, visto da tutti come un mostro, ma molto più umano di qualsiasi persona "normale". Ciò che dovrebbe essere horror non spaventa, ma diverte. Al massimo, commuove…Burton e la sua fantasia ci riportano infatti bambini, e così anche la più semplice storia d'amore finisce per farci scendere giù per il viso quella tenera lacrima che solca le guance come su di uno strato di zucchero a velo. Spolveratelo, è magia…

La frase: "E' bello da mozzare il fiato…Se solo lo avessi!".

Festival di Cannes 1959. Un film francese, diretto da un esordiente, suscita entusiasmo e clamore aggiudicandosi la palma d'oro per la miglior regia. Quel film, I quattrocento colpi, è diretto da François Truffaut ed ha come interprete un quattordicenne Jean Pierre Léaud destinato a diventare l'alter ego del regista.
All'epoca Truffaut è già conosciuto in Francia come critico cinematografico dei leggendari Cahiers du cinema diretti da André Bazin. Divenuto famoso per un suo articolo polemico sul cinema francese, Truffaut è stato redattore di cinema per quattro anni della rivista "Arts e spectacles". I suoi articoli virulenti contro una certa tendenza del cinema francese, dal titolo del suo più celebre saggio, sono diretti contro i registi della madre patria ancorati a un modo di far cinema vecchio e irrigidito, fatto in studio, con soggetti troppo spesso disancorati dalla realtà. A questo modo di fare cinema Truffaut contrappone il cinema vivo di Jean Renoir, Roberto Rossellini, Alfred Hitchcock. In breve tempo, il giovane critico che sognava di diventare scrittore si trasforma in un aspirante metteur en scène. Dirige nel 1958 un cortometraggio dal titolo Les Mistons che segue cinque adolescenti nelle loro "malefatte" quotidiane. In seguito progetta tre cortometraggi che dovrebbero avere come protagonista un giovane ragazzo parigino, Antoine Doinel. Nella sua idea primigenia i tre corti potrebbero, una volta terminati, essere uniti per un lungometraggio, ma il soggetto si ampia, quasi da solo, traendo ispirazione dalla vita stessa di Truffaut, che ha avuto un'infanzia difficile che viene trasmessa per osmosi nel film. Il film viene girato per strada, in ambienti reali, prendendo spunto dalla metodologia di lavoro di Roberto Rossellini, del quale è stato assistente. I quattrocento colpi, il titolo è un'espressione idiomatica francese che indica un comportamento scriteriato di chi ne fa di "cotte e di crude", racconta un anno scolastico di Antoine Doinel, tredicenne alle prese con il tormentato passaggio dall'adolescenza alla maturità. Antoine vive in una casa modesta: la madre fa l'impiegata e trascura il figlio, essendo troppo impegnata con l'amante. Il patrigno cerca di creare un rapporto di complicità con Antoine ma nei momenti difficili si tira indietro. Il ragazzo passa allora le sue giornate a bighellonare con l'amico René. Il suo comportamento gli procura dei guai: una volta è costretto a giustificare un giorno d'assenza adducendo come motivo la morte della madre. Naturalmente Antoine viene scoperto e punito, così decide di scappare di casa. Senza soldi l'adolescente rientra a casa dopo una notte passata all'addiaccio, ma progetta di fuggire di nuovo. Ha però bisogno di soldi e ruba la macchina da scrivere del padre. Scoperto mentre sta cercando di rimetterla al suo posto, non essendo riuscito a venderla, Antoine viene mandato in riformatorio. Rimane per poco anche lì, giacché, alla prima occasione, fugge a piedi verso il mare che non ha mai veduto. La potenza espressiva de I quattrocento colpi risiede nell'inedita prospettiva che Truffaut adotta nel mostrare l'adolescenza: cruda, ma senza pietismi di sorta o facili esazioni della lacrima. Ne viene fuori un ritratto di garçon maudit indimenticabile che proseguirà le sue vicende in numerose altre opere del regista fino alla maturità: da "L'amore ha vent'anni", passando per "Baci rubati", "Non drammatizziamo... è solo questione di corna", per concludersi con "L'amore fugge". Protagonista è sempre Leaud che vediamo crescere, sposarsi, divorziare, divenire scrittore.
A ciò si aggiunga l'impatto formale che il film ha avuto sul cinema francese e in seguito americano e italiano. La novità di filmare strade vere, spesso suburbane, e locali sporchi e fatiscenti, in breve di filmare personaggi che agiscono nella vita reale, ha dato il via al fenomeno della nouvelle vague che vede in Truffaut, Chabrol, Godard i suoi cantori.


Vent'anni dopo l'exploit di “Paris, Texas” (1984) Wim Wenders ritrova Sam Shepard e aggiunge un nuovo capitolo alla sua incessante curiosità sulla realtà americana. La cinepresa del regista tedesco continua così a indagare il luogo emblematico della mitologia cinematografica e negli ultimi tempi il suo spirito indagatore tipicamente europeo è diventato ancor più intenso - “Million Dollar Hotel” (2000), “The soul of man” (2003), “La terra dell'abbondanza” (2004) – cambiando prospettiva ma sempre nel segno di un'acuta analisi dei sentimenti.
Varcata la soglia dei sessant'anni (li ha compiuti lo scorso 14 agosto), Wenders assieme al quasi coetaneo Shepard (tra un mese festeggerà 62 anni) sviluppa un soggetto che è complementare a quello di “Paris, Texas” ma giunge a conclusioni imprevedibilmente diverse. Lo stesso Sam Shepard – che è anche lo sceneggiatore unico – si cala nei panni del protagonista. Si tratta di un attore, Howard Spence, che ha già superato la mezza età e gode ancora della fama conquistata in gioventù come interprete di western. E' sul set di un ennesimo film ambientato nel West, quando senza avvisare nessuno decide di andar via, con ancora indosso l'abito da cowboy, saltando in groppa a un cavallo e lasciando nei pasticci il regista con tutta la troupe e i produttori.
Più che col suo passato, Howard sembra voler chiudere col suo presente. Vuol dare un senso alla propria vita e, tanto per cominciare, si sbarazza del costume, delle carte di credito e del cellulare e torna nella cittadina del Nevada dov'è nato, a casa della madre che non vede da trent'anni. Howard è ossessionato dal timore di essere riconosciuto e immagina che la produzione lo stia cercando per obbligarlo a onorare il contratto. Infatti gli è stato messo alle calcagna un ostinato e pignolo detective.
Howard non è stato immune a nessuno dei vizi che spesso vengono associati ai personaggi famosi: tante donne da una notte e via, abuso di alcol e droga. Come testimoniato da un album in cui la madre ha raccolto gli articoli di cronaca che lo riguardavano. Ma c'è una cosa che l'attore non sa e apprende dalla mamma: trent'anni prima, mentre era all'apice del successo e girava un film nel Montana, ha avuto un figlio. Howard in un primo momento non ricorda nemmeno il volto né il nome della donna né sapeva di averla messa incinta. Ma percepisce che questa sua fuga estemporanea adesso ha una meta e vuole andare a ritrovare quella donna e a conoscere suo figlio. Naturalmente viene accolto come un irresponsabile e il figlio non vuole avere nulla a che fare con lui. Ma in quella sperduta cittadina si aggira anche una dolce fanciulla, alla quale è appena morta la madre e lei porta ancora con sé l'urna con le ceneri. Dalla ragazza arriverà un'ulteriore sorpresa che lascia presagire un certo ottimismo finale.
Wenders conosce ormai a menadito gli scenari della provincia americana: le strade che solcano i deserti, i bar desolati, gli alberghi anonimi. L'artefice del “Cielo sopra Berlino” è altrettanto a suo agio col cielo sopra la parte meno conosciuta degli Stati Uniti. Con i suoi collaboratori tedeschi – il fotografo Franz Lustig e i montatori Peter Przygodda e Oli Weiss – ricrea i colori marcati che rimandano alla pittura di Edward Hopper e regala alcune preziosità stilistiche come la prolungata panoramica circolare sul protagonista che aspetta il figlio sedendo su un divano gettato in mezzo alla strada, o come quando si diverte a giocare con l'epopea western sul set del film che dev'essere girato. Sempre molto curata è la colonna sonora che in questo caso è affidata a T-Bone Burnett.
Ma più che alla tecnica, indiscutibile, la regia appare particolarmente concentrata sulla vicenda e Wenders dipana con gusto le sequenze in cui si parla dei rapporti tra genitori e figli, tematica stavolta più centrale rispetto a quella dell'amore e dell'innamoramento.
Non bussare alla mia porta” può risultare non sempre perfetto ma la sincerità di fondo è cristallina e sono notevoli alcuni slanci nei dialoghi di Sam Shepard, che anche come attore soddisfa pienamente gli obiettivi del film sia quando si affida all'espressività del suo volto lasciato volutamente con i segni degli anni, sia quando si impegna in vivaci duetti con gli altri interpreti che reggono bene la scena. A partire dai più giovani, i reattivi Gabriel Mann (il figlio) e Fairuza Balk (la sua fidanzata), con in particolare evidenza la sensibile Sarah Polley (la ragazza “misteriosa”). Per proseguire col sempre creativo Tim Roth, nei panni del maniacale detective. E per finire con gloriosi vincitori di Oscar: l'ottantenne George Kennedy (nel breve ruolo del regista del western, accanto al quale si intravede lo stesso Wenders), la coetanea Eva Marie Saint (la madre) che mantiene il carisma 50 anni dopo “Fronte del porto” e Jessica Lange che non avrebbe avuto bisogno del lifting per mostrare la sua matura bellezza, esaltata dalla bravura nella scena del contrasto emotivo con Sam Shepard, suo compagno nella vita.

sussurrato da sushi | 22:31 | commenti (2)