[....Vivo come un cammello in una grondaia,
in questa illustre e onorata società!
E ancora, sto aspettando, un'ottima occasione
per acquistare un paio d'ali, e abbandonare il pianeta.
E cosa devono vedere ancora gli occhi, e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste
il male... se fossi un po' più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene, e inutili dolori....]
[...In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita
nell'incerto cammino del ritorno...]
...quanti elefanti saranno mai passati di qua??!! *loading*...elefanti si dondolavano
sopra il filo di una ragnatela
e considerando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante...
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lunedì, luglio 17, 2006
LA LEGGENDA DELLO SCIMMIOTTO D'ORO
Da Monkey a Dragonball: quando il mito millennario di Goku incontra il manga!
C'era una volta... un uovo d'oro. Dall'uovo nacque un pestifero scimmiotto, che un giorno osò sfidare il Buddha e fu punito. Rimase chiuso in una montagna per 500 anni.
Quando fu liberato da un monaco buddista, Son Goku lo scimmiotto iniziò un lungo viaggio alla ricerca dei Sutra
– i sacri testi del Buddismo – abbandonando il suo carattere irrequieto e divenendo più saggio.
Non è una storia come le altre, ma una delle leggende più famose di tutto l'Estremo Oriente. Appartenente all'antica tradizione cinese, è conosciuta come “Sun Wukong”, “Lo scimmiotto di pietra” e attribuita all'autore Hiuan Tsang, vissuto nel XVI secolo.
Ancora oggi il mito è così noto da essere fonte di ispirazione per numerosi mangaka. Il mondo del manga lo ha spesso riletto in chiave comica, grazie soprattutto alla schiera di personaggi tratteggiati come simpatiche macchiette e al carattere di Songoku accentuato fino al grottesco.
Negli anni Cinquanta l'inesauribile genio di Tezuka Osamu dà ancora prova di sé, sfornando il bellissimo manga “Boku no Son Goku”, “Il mio Songoku” (1952), liberamente ispirato alla leggenda.
Il fumetto mescola l'ironia della storia con il contesto picaresco di un viaggio “allo sbaraglio”: partiti insieme verso l'India, Songoku e ilmonaco buddista Sanzohoshi incontrano sul loro cammino il maialino Hakkai e il demone kappa Sagojo, che si trasformano da goffi nemici in divertenti compagni di viaggio.
Il successo di Songoku convince la Toei Doga, casa di produzione cinematografica, a investire nella trasposizione animata del manga, sicura che la popolarità della trama in tutto l'Estremo Oriente non dia rischi di flop nelle sale.
È il 1960. La Toei dà inizio al progetto di “Saiyuki”, “Viaggio verso Occidente”, in Italia “Le tredici fatiche di Ercolino”. È il primo adattamento animato giapponese delle avventure dello scimmiotto Songoku.
Tezuka collabora a sceneggiatura, storyboard e regia: è il suo debutto nel campo dei manga eiga. Il film ottiene un discreto successo, ma è anche l'unica volta in cui Tezuka lavora per la Toei a causa dell'infelice rapporto creatosi.
Sette anni dopo Saiyuki, Tezuka riprende la storia di Songoku e ne fa una serie animata, “Goku no Daiboken” (1967), in Italia “Monkey, La scimmia”.
Sfruttando il contemporaneo boom dei gag manga e il massiccio pubblico conquistato con “Tetsuwan Atom”, “Astroboy” (1963), la Mushi Productions, casa di produzione di Tezuka, realizza una nuova parodia del viaggio di Goku.
L'ottima grafica e una buona dose di comicità e d'avventura non salvano il cartone dalle denuncie delle PTA per volgarità di linguaggio, causandone l'interruzione in TV.
Sul finire degli anni Settanta la fantascienza rilancia il mito di Goku. Matsumoto Leiji, autore-culto delle serie spaziali “Uchu Senkan Yamato” (1974) e “Uchu kaizoku Captain Harlock” (1978), rispettivamente da noi “Starblazers” e “Capitan Harlock”, immagina il mito di Saiyuki in un lontano futuro tra galassie perdute.
Nelle due serie di “SF Saiyuki Starzinger”, “Starzinger” (1978-79) l'epico viaggio rivive nelle avventure del cyborg Jan Kogo, della principessa Aurora e dei loro compagni in rotta verso il Grande Pianeta per dare nuova vita all'Universo.
Kogo è molto similea Goku: ribelle e talvolta violento, esprime la sua animalità nel conflitto interiore tipico del cyborg.
Possiede un bastone iperestensibile, ha un cerchietto alla testa che ne domina la forza e vola su un'astronave.
Negli anni Ottanta la popolarità del mito di Saiyuki tocca l'apice con il manga Dragonball. L'autoreToriyama Akira crea un mix irresistibile grazie a ingredienti sempre vincenti come avventura e comicita'.
Da Saiyuki Toriyama riprende personaggi principali, alcuni episodi chiave e naturalmente il protagonista, Goku, bimbo buffo e fortissimo con la coda di scimmia.
Dragonball non racconta piu' il viaggio a Ovest ma la ricerca delle sette sfere del drago. Una storia incredibilmente vicina al mito tutto europeo del Graal.
Lo stile grafico di Toriyama e il personaggio di Goku - simbolo ufficiale dello scimmiotto d'oro - fanno di Dragonball la versione più demenziale della leggenda orientale.
Decisamente il mito di Saiyuki non cessa di essere fonte di ispirazione per i mangaka.
Mortuary un horror anni '80...
Uno zombie movie per uno dei maestri del cinema horror: Tobe Hooper
Timidi segnali controcorrente
Nel mare horridum dei remake e dei sequel, in mezzo al dominio incontrastato della violenza/tortura/sadismo on the road o stanziale che sia, spuntano pellicole che osano andare in altre direzioni, prodotti più o meno riusciti, più o meno convincenti che aggiungono toni e colori a un paesaggio monotono. È il caso di questo Il Custode (Mortuary), pellicola (...che ho visto ieri sera nel tremendo habitat della multisala e dei suoi frequentatori li per ridere e discutere non certo per il guardare il film!!) di un redivivo Tobe Hooper da sempre alle prese con un andamento artistico fin troppo ciclotimico, un regista che come pochi altri ha saputo scrivere la storia dell’orrore attraverso vette di sublime intensità e baratri di inspiegabile bruttezza.
Perché interessarsi di una pellicola come questa e quali i valori già positivi in partenza, i possibili pregiudizi che possiamo avere in favore di Mortuary? Diamo uno sguardo alla sinossi e poi riparliamone:
I Doyle (madre, figlio adolescente e sorellina) si trasferiscono in una zona rurale della California per ricominciare daccapo dopo la morte del capofamiglia e impiantare una nuova attività. La Società di pompe Funebri dei Fratelli Fowler (con annesso cimitero) ora appartiene a loro. Gli abitanti del luogo ne hanno sempre avuto timore e le dicerie sulla famiglia Fowler sono innumerevoli.
I Doyle scopriranno presto che qualcosa si nasconde vicino la loro nuova casa. Accadono molti episodi sinistri: le persone scompaiono con inquietante facilità e vengono tramutate in zombie da una creatura che, da sotto la magione, estende una intricata e fittissima rete di tentacoli muschiosi e fungoidi… Come bloccare l’espansione di una simile entità ctonia?
Cimiteri. Camere affollate di cadaveri in attesa dell’imbalsamazione. Un pozzo vivente, irto di denti e di tentacoli. Scritte lovecraftiane che parlano di strani eoni e di morte poste a monito su porte dalle serrature a forma di stella. Sacrifici umani a divinità che di umano non hanno nulla.
Trattasi di materiale comunque raro, a priori, nel cinema horror odierno. E la rarità è sempre un valore cui prestare una certa attenzione.
Dar vita ai morti e morte ai vivi
Il team creativo è in pratica lo stesso di un altro recente lavoro del regista, il remake di The Toolbox Murders: Jace Anderson e Adam Gierasch, due giovani sceneggiatori che hanno all’attivo parecchie pellicole di genere, tornano a lavorare su uno script per il buon Hooper, questa volta intorno a un’idea originale, mostrando notevole attenzione verso quelli che da sempre sono i trademark di questo cineasta texano: visioni morbose, disgregazione/ri-aggregazione del nucleo famigliare, luoghi dominati da forze ultraterrene, morte e decadimento come vettori di paura ma anche economici, il tutto condito da abbondanti dose di black humor.
Trovano adeguati canali di produzione e un distributore nella figura del potente Sci-Fi Channel che può assicurare un'adeguata diffusione in tutti gli Stati Uniti. Il Custode viene girato in circa due mesi a cavallo fra il 2004 e il 2005 con un budget ridotto (fatto che peserà gravemente nel reparto effetti speciali) e una scelta di cast alquanto dubbia. Se Dan Byrd e Denise Crosby risultano più o meno in ruolo e capaci di dar vita e forma a personaggi credibili, la scelta della over-trentenne Alexandra Adi nella parte della ragazzina sedicenne appare quantomeno incauta. Molto meglio alcuni dei ruoli comici di supporto con un brillantissimo Price Carson e Michael Shamus Wiles.
A parte il montaggio (affidato a un veterano di solido sebbene non eccelso mestiere quale Andrew Cohen) il resto della crew è composto di professionisti alle prime esperienze importanti e non è quindi possibile prevedere, tenendo anche conto del budget limitato, l’impatto di elementi quali fotografia o scenografia. Più noti e rassicuranti i nomi al lavoro nel reparto effetti speciali con artisti quali Lloyd Lee Barnett, Derek Ledbetter e Johnny Wilson che hanno già lavorato a pellicole quali Hulk, Van Helsing, Spiderman o Il signore degli anelli.
La cripta di Zio Tobia
Nato in Texas nel 1943, Tobe Hooper (un timido ex-professore di college) ha rivoluzionato il mondo dell’horror con un singolo film nel 1974. Alcuni ragazzi si fermano vicino a una casa disabitata. Uno di loro entra. Si apre una porta all’improvviso, compare un pazzo, enorme, mascherato e con un grembiule lordo di sangue. Il macellaio dell’oltretomba afferra il malcapitato e lo trascina via. La porta si chiude. È solo una delle tante sequenze memorabili all’interno di The Texas Chainsaw Massacre (Non aprite quella porta), pellicola basata sulle gesta di Ed Gein, pregna di simbolismi, sottotesti, morbosissimo senso del macabro e dello humor.
È, purtroppo, l’inizio di una carriera assai altalenante, ricca di pellicole importanti come di esperimenti fallimentari sia dal punto di vista del pubblico che della critica. Più di trenta fra lungometraggi e progetti per la televisione all’attivo per Hooper che ci regala alcuni buoni momenti in titoli quali Quel motel vicino alla palude (1977), Salem’s Lot (1979, TV) o Il tunnel dell’orrore (1981).
Con Poltergeist (1982) inizia un periodo irto di difficoltà e insuccessi per il cineasta texano: il noto film è in realtà più un prodotto del buonismo spielberghiano (il produttore interviene con mano pesante anche in sede di regia) che della malsana visione di Hooper il quale fa ancora in tempo a girare il notevolissimo Space Vampires (1985, pellicola assai sottovalutata che meriterebbe riconsiderazione da parte dei fan) e soprattutto l’indimenticabile sequel Non aprite quella porta 2, nel quale il filmaker schiaccia a fondo il pedale del grottesco e del malsano regalandoci una imperdibile galleria di orrori e humor nero che ben regge il confronto con il titolo originale.
Corre il 1986 e Hooper scompare in una serie di produzioni televisive girate con mestiere ma con scarso entusiasmo e interesse. Lo vedremo riaffacciarsi nel mondo del cinema solo intorno ai primi anni novanta ma sia il suo segmento di Body Bags di John Carpenter (Eye, 1993) sia in particolare il trascurabile e confuso The Mangler, la macchina infernale (1995) non sono all’altezza di una fama ormai vacillante da troppo tempo e ottengono scarso successo presso il pubblico. Hooper scompare nuovamente nel mondo delle produzioni televisive (suoi alcuni episodi di Dark Skies, Night Visions e Taken) interrompendo l’esilio con il mediocre Crocodile. Arriviamo così ai giorni nostri che sembrano finalmente mostrarci un regista con rinnovata voglia di girare e costruire visioni d’orrore per il nuovo millennio: nel giro di un biennio Hooper filma il remake di The Toolbox Murders per poi passare a Mortuary e all’episodio Dance of the Dead della fortunata serie TV Masters of Horror. Se qualitativamente si tratta comunque di prodotti che non convincono chi fra noi era abituato a visioni ben più oltranziste, non possiamo far altro che accogliere con entusiasmo questo periodo di attività nella speranza che fra i tanti lavori di routine spunti l’occasionale gemma più scura e morbosa che Tobe Hooper “ci deve” ormai da troppo tempo.
Lovecraftiano ci sarà lei!
Ci risiamo.
Ogni volta che un qualsiasi regista horror ficca a forza dentro una sua pellicola due riferimenti al Solitario di Providence, H. P. Lovecraft, subito si comincia a parlare di opera dai forti connotati lovecraftiani.
Questa volta è toccato a Il Custode che offre parecchi richiami fra i quali ne cito almeno due. Una porta (che nella migliore tradizione horror porta al regno sotterraneo dell’Es) reca una iscrizione assai nota ai fan dello scrittore: "That is not dead which can eternal lie, and with strange eons even death may die." Si tratta di una frase che si può ritrovare in uno dei racconti più riusciti dello scrittore americano (Il richiamo di Cthulhu, 1926) e vero e proprio manifesto della rivoluzione che da lì a poco avrebbe investito il campo della letteratura horror.
L’altra citazione, appena più mimetizzata, è nel meccanismo narrativo di una forza (aliena o comunque oltreumana) che alligna nel pozzo sotto la casa e ne tramuta tutti gli occupanti in esseri affini a zombie, assai simile al meteorite che colpisce la fattoria dei Gardner ne Il colore venuto dallo spazio (1927), infettando il terreno e l’acqua e provocando terribili mutazioni in animali, vegetali e uomini.
Il problema è che spesso, quando si dice lovecraftiano, ci si riferisce quasi esclusivamente a una determinata cornice estetica (frasi, nomi, mostri tentacolati e poco altro…) che in definitiva ben poco ha a che vedere con lo scrittore. Più difficile trasferire su pellicola il senso di “cosmic horror” che Lovecraft è riuscito a creare in un ciclo di fortunati racconti… Lungi dalle mie intenzioni il volervi fornire un lungo elenco di pellicole più o meno lovecraftiane (esiste al riguardo un buon volume a cura di Andrew Migliore e John Strysik, The Lurker in the Lobby, www.nightshadebook.com, cui rimando per ulteriori approfondimenti) vi invio però a recuperare un singolare mediometraggio che, pur con le sue pecche, rappresenta un interessante tentativo nel tradurre in immagini in movimento gli incubi di HPL. Si tratta di The Call of Cthulhu, un filmato amatoriale creato dai fondatori della H.P. Lovecraft Historical Society e richiedibile al loro online store. Non volendo anticiparvi alcunché di questo prodotto, vi dico solo che questo filmato (muto e in b/n, il tutto girato nell’incredibile potenza del sistema Mythoscope!) dai forti richiami all’espressionismo tedesco, riesce a catturare lo spirito del Maestro molto più di quanto siano riusciti a fare decine di filmakers professionisti, provare per credere!
Tempo di zombi grassi! Il Custode di Tobe Hooper conferma il periodo assai fortunato che i morti viventi stanno conoscendo da qualche anno a questa parte ma il dato particolare che questa pellicola ribadisce è che tali morti viventi (il termine ormai include varie creature che con gli zombi hanno poco a che fare) stanno mutando in tutti i modi possibili, dopo decenni di relativa calma.
Quelli proposti da Hooper sono particolarmente interessanti in quanto, una volta infettati dalla creatura e ridotti al pallido riflesso dell’umanità, queste creature si fissano su un particolare gesto o frase che li caratterizzava in vita, continuando a riprodurlo anche a sproposito: eclatanti in questo senso il giovane punk che continua la sua ribellione o lo sceriffo che “rimembra” alcuni dei suoi doveri.
In una veloce carrellata, per forza di cose superficiale e incompleta, ricordiamo alcuni dei recenti zombi e affini cui prestare più attenzione.
Abbiamo visto negli ultimi anni morti viventi in grado di osservare, apprendere ed evolvere (Land of the dead) accanto a zombi sempre più veloci, furiosi e predatori (gli infetti di 28 giorni dopo o quelli della saga di Resident Evil).
Abbiamo fatto quattro risate con gli sconclusionati e splatterosi non-morti di Shaun of the dead (La notte dei morti dementi) e i loro parenti down under di Undead…
Ma gli zombi più singolari e interessanti sono passati in due pellicole che non hanno (come al solito) conosciuto la ribalta del grande pubblico e che hanno saputo proporre una visione sostanzialmente nuova e di fortissimo interesse morale e sociale. In Fido gli zombi, grazie a uno speciale collare, diventano ottimi schiavi adatti a ogni tipo di lavoro manuale o vengono trattati al pari degli animali di compagnia, mentre in Les Revenants i morti tornano in vita a milioni, esigendo alcuni diritti primari (documenti, lavoro, status sociale) che creano non pochi problemi al governo.
Impossibile poi dimenticare gli ultimi zombi proposti da Joe Dante nel suo episodio della serie Masters of Horror che vede i soldati americani morti nei recenti scontri tornare a camminare per le strade americane per poter votare alle presidenziali!
"Off Bollywood. Il cinema indiano oggi" @ Cinema Massimo di Torino
In occasione della mostra "SubContingente. Il Subcontinente Indiano nell'Arte Contemporanea" alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, il Museo Nazionale del Cinema propone al Cinema Massimo una retrospettiva dedicata al cinema indiano contemporaneo fuori dai circuiti commerciali. La prima proiezione lunedì 3 luglio alle 20.30 (sala Tre, ingresso euro 2,50), alla presenza della curatrice della retrospettiva Elena Aime e del regista Rajat Kapoor, che introduce il suo film "Raghu Romeo". La rassegna mette in luce le diverse facce del cinema indiano contemporaneo, estendendosi anche alla produzione pakistana e dello Sri Lanka, e ponendo l'attenzione esclusivamente sulla produzione esterna al circuito commerciale, nel tentativo di liberare il cinema indiano da un'etichetta penalizzante che lo rende noto ai più come produttore di commedie musicali a lieto fine o di infiniti melodrammi, e che, invece, si presenta vitale, multiforme e quanto mai eclettico.
Torino International Jazz Festival
Prende avvio il 3 luglio l'edizione numero dodici del Torino International Jazz Festival, inserita nel cartellone di Torino Punti Verdi. La rassegna musicale è organizzata dal Teatro Regio con la direzione artistica di AICS Contromusica, in collaborazione con il Comune e il patrocinio della Regione Piemonte. I cinque concerti in cartellone si terranno in quella che è la sede naturale del Festival Jazz torinese, i Giardini Reali, uno dei polmoni verdi più ospitali per rassegne di questo tipo. Il palco allestito nella parte alta dei Giardini (zona alta con ingresso da viale 1° Maggio) accoglierà i numerosi artisti che hanno scritto la storia recente del jazz e altri che con ogni probabilità sono destinati a lasciarne tracce importanti. Un elenco di protagonisti che, come tradizione, spazieranno su diversi linguaggi musicali, segno di un inclinazione particolare verso differenti interpretazioni del Jazz. Il ciclo si apre lunedì 3 luglio con MADELEINE PEYROUX, cantante americana considerata una delle migliori interpreti jazz dell'ultima generazione. per proseguire con l’esibizione, giovedì 6 luglio, del FLAVIO BOLTRO QUARTET con le sue tipiche sonorità e a seguire KENNY BARRON TRIO, grande pianista che gode di fama mondiale mentre lunedì 10 luglio chiusura di prestigio con alcuni fuoriclasse della scena internazionale. Il gran finale si apre con lo SMELL BEBOP QUINTET, una delle migliori formazioni italiane del momento guidata da Gianni Cazzola e subito dopo BEN RILEY’s MONK LEGACY SEPTET con la presenza di grandi solisti di fama mondiale.