[....Vivo come un cammello in una grondaia, in questa illustre e onorata società!
E ancora, sto aspettando, un'ottima occasione per acquistare un paio d'ali,
e abbandonare il pianeta.
E cosa devono vedere ancora gli occhi, e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste il male...
se fossi un po' più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene, e inutili dolori....]


SAKURA


[...In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita nell'incerto cammino del ritorno...]



[...shizukani tokino kizuni kurushimu murewo kundewa tobanai taka furuki oshiewo tadotte kokoronomamani konokanashimiwo norikoete...]





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G.A.Romero & D.Argento


J.Carpenter


D.Aronofsky


W.K.Wai


S.Lee


Miike Takashi


Tim Burton


David Lynch





...quanti elefanti saranno mai passati di qua??!!
*loading*...elefanti si dondolavano
sopra il filo di una ragnatela
e considerando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante...

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicitá. Non puó pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001


lunedì, ottobre 30, 2006
 

I guerrieri della luce hanno sempre un bagliore nello sguardo. Essi esistono, fanno parte della vita di altre persone, e hanno intrapreso il loro viaggio senza bisaccia e senza sandali. Molte volte sono codardi. Non sempre agiscono correttamente. I guerrieri della luce soffrono per sciocchezze, si preoccupano di cose meschine, e talvolta si giudicano incapaci di crescere. Frequentemente si credono indegni di qualsiasi benedizione o miracolo. I guerrieri della luce non sempre sono certi di ciò che stanno facendo qui. Spesso trascorrono le notti in bianco, pensando che la loro vita non abbia senso. Per questo sono guerrieri della luce. Perché commettono errori. Perché si pongono domande. Perché cercano una ragione, e di sicuro finiranno per trovarla.

Paulo Coelho

sussurrato da sushi | 23:17 | commenti (1)


sabato, ottobre 28, 2006
 



“In memoriam. Questi sono stati i miei compagni; non ce ne sono di migliori. Restano nella mia memoria e il nemico non sarà mai perdonato. Il “nemico” è stato il loro errore durante il gioco. Che possano tutti loro giocare ancora, in qualche altro modo, e che siano felici.”


Chi è stato fruitore almeno una volta di LSD nella vita non può far altro che trovare alienante, e nello stesso tempo realistico il "bad trip" che ricrea questo film. Reso ancor più lisergico con la tecnica del Rotoscope, che sostanzialmente consiste nel ridisegnare sui frame;
affrontare direttamente e senza compromessi uno dei romanzi più sofferti e personali di Philip K. Dick deve essere stata una scelta obbligata per Linklater. Il regista texano ha sempre subito la fascinazione dell’esile linea che separa veglia e sogno, realtà e fantasia, razionalità e paranoia. L’opera di Dick in particolare ha la lucida capacità di affrontare tali temi in maniera sottile e problematica, ponendo interrogativi fondamentali sulla società di massa. Dick inoltre immagina una società in cui la droga ha raggiunto livelli di diffusione tali da diventare un vero e proprio “errore sociale”, manifestazione di un libero arbitrio dalle conseguenze distruttive. Scanner Darkly è in parte autobiografico, come dimostra la citazione iniziale, che sta a  descrive il destino di persone care a Dick, che per via della loro volontà quasi giocosa di straniarsi dalla realtà ,si sono autoannientate.

sussurrato da sushi | 15:20 | commenti


mercoledì, ottobre 25, 2006
 
Giappone protagonista alla VI edizione del Salone del Gusto che si tiene a Torino  dal 26 al 30 Ottobre 2006

L’evento, organizzato da Slow Food, Regione Piemonte e Città di Torino, è un appuntamento costante per chi vuole scoprire, conoscere e apprezzare produzioni artigianali di eccellenza da salvaguardare.


Durante i cinque giorni dell’evento molti appuntamenti sono riservati al cibo del Sol Levante, a dimostrazione della grande attenzione che gli organizzatori hanno riservato all’universo gastronomico giapponese, in cui Slow Food interviene in maniera decisa attraverso i suoi 40 convivium - le sedi locali in cui è organizzata l’associazione - e 2400 soci.

Ben tre Laboratori del Gusto, vere e proprie lezioni di “gusto” utilizzate da Slow Food per divulgare la cultura del cibo e del vino, hanno come protagonisti prodotti giapponesi.

L’antico costume di bere saké invecchiato torna in auge nel Laboratorio Il Saké invecchiato di Daruma-Masamune, grazie a un artigiano-sognatore che produce un saké concepito fin dall’inizio del processo di produzione per l'invecchiamento. I partecipanti hanno così il privilegio di assaggiare sei saké invecchiati dell’azienda Daruma-Masamune in abbinamento a sushi “maturo” d'Ayu, tofu confit al miso e altre specialità giapponesi.

I cibi tradizionali del Giappone seguono il mutare delle stagioni e così anche la cultura giapponese del tè, riproposta nel Laboratorio Tea time alla giapponese. Degustazione di alcuni tè verdi biologici di piccoli produttori della Comunità di Terra Madre della prefettura di Shizuoka, in abbinamento ai wagashi, dolci tradizionali, la cui forma e colore rispecchiano la natura che cambia. Si scopre così l'importanza degli ingredienti: acqua e foglie per il tè; riso, fiori, foglie e semi per i wagashi.

E dopo il saké e il tè si continua con la cultura giapponese degustando un single malt giapponese in abbinamento a sushi e sigaro Antico Toscano.
Sushi ancora protagonista di uno degli appuntamenti più attesi dell’evento italiano: i Teatri del Gusto, lezioni in cui i grandi chef realizzano dal vivo i piatti che li hanno resi celebri spiegando al pubblico le varie fasi della lavorazione. L'arte del sushi è dedicato a Sushiiwa, uno dei ristoranti più importanti di Tokyo che tramanda la vera tradizione e cultura del sushi. In questo appuntamento Teruo Sato, capo chef della Sushiiwa, e Masanao Saito, responsabile del locale di Tokyo, mostrano l'antica tecnica di preparazione del sushi.

Infine, Giappone anche negli Appuntamenti a Tavola, in cui ristoranti della zona ospitano grandi chef italiani ed esteri che si esibiscono con menù studiati per l’occasione. Il più grande interprete della cucina kaiseki, ossia la cucina tradizionale delle locande di Kyoto, è senza dubbio Kunio Tokuoka, chef del ristorante Kiccho di Kyoto e protagonista dell’Appuntamento dal titolo Il ritorno di Tokuoka. Si tratta di una cucina classica giapponese basata esclusivamente su ingredienti locali e di stagione che non fa altro che esaltare gusti e sapori originari della materia prima. I piatti sono curati in modo maniacale e presentati come tele d'autore. La sua cucina torna al Salone del Gusto, ospite del ristorante della nuova ala Art + Tech dell'Hotel Le Meridien del Lingotto: un ambiente essenziale, sospeso a mezz'aria, dove tutto è leggero e ampio. Il menù è per l'occasione servito con una selezione di etichette del Gruppo Italiano Vini.
sussurrato da sushi | 03:07 | commenti


venerdì, ottobre 06, 2006
 

Miike Takashi contro Zebraman

ZEBRAMAN ricreato da MiikeNegli anni Sessanta nacquero, su ispirazione dei film di Godzilla, delle serie televisive in cui veniva accresciuta l’importanza delle scene di combattimento corpo a corpo, ma anche dei messaggi moralisti per un target di pubblico sempre più giovane. Considerando questi film e queste serie tv epopee, il lavoro di Miike con un film che ha in qualche modo rilanciato temporaneamente la moda del kaiju eiga (o meglio hero mono) al cinema, Zebraman, risulta molto interessante. Il film in questione può essere indubbiamente considerato un omaggio, a tratti malinconico, alle numerosissime serie televisive non animate che apparvero nelle televisioni nipponiche dalla fine degli anni Sessanta quali Ultraman, Spectraman, Megaloman, Ultralion per citarne solo alcuni. Queste serie  nascevano traendo spunto dai film di Godzilla degli anni precedenti, reinventando nuovi eroi, spesso provenienti da pianeti lontani e vestiti in gomma e calzamaglia. Questi si trovavano a difendere la terra da mostruose forze aliene, sottolineando l’impotenza della terra nei confronti di tali forze e dando vita a combattimenti con  giganti mostri – dinosauro, chiaro richiamo ai precedenti film di Godzilla. Quello che Miike ha inteso ottenere con il già citato Zebraman è un tributo a quelle tipo di realizzazioni, rivalutando il ruolo del supereroe d’altri tempi ormai pressoché dimenticato ne Sol Levante. Ispirato al celeberrimo King Kong di Schoedsack del 1933 il primo Godzilla è, inoltre, un chiaro esempio della paura che si sviluppò a livello sociale in Giappone dopo gli attacchi nucleari su Hiroshima e Nagasaki. La serie di grande successo dei film dedicati a Godzilla (in Giapponese Gojira) è tratta da una storia originale accreditata allo scrittore Kayama Shigeru. Il primo film sul dinosauro mutante Godzilla fu realizzato nel 1954 e la sceneggiatura scritta dal regista del film Honda Ishirō assieme a Murata Takeo. In realtà va precisato che “Godzilla” non è un nome proprio, bensì l’appellativo di una vera propria specie mutante. I primi due film Godzilla e Gigantis, furono girati in bianco e nero ma tutte le successive produzioni furono realizzate a colori.

 

Prodotti originariamente dalla compagnia di produzioni cinematografiche Tōhō, con la collaborazione dell’esperto regista Honda Hishirō i protagonisti dei kaiju eiga (film sui mostri) possono essere brevemente descritti come mostri giganti o costruzioni meccaniche che cercano di distruggere o di salvare il pianeta terra a seconda che essi siano “buoni” o “cattivi”. In ogni caso tutti questi mostri si abbattevano l’uno sull’altro, camminando sopra le varie città nipponiche, sgretolandone gli edifici e creando tra le popolazioni delle città interessate un sorta di nevrotica tensione. Sebbene la Tōhō fu creatrice originale dei kaiju eiga, dall’inizio degli anni Sessanta, un buon numero di case nipponiche seguì il successo dei primi film, producendo a loro volta i propri film con i propri mostri, tra i quali Gamera della Daiei, Gappa della Nikkatsu e Guidala della Shōchiku. Gli studi della Shin Tōhō crearono anch’essi nuovi mostri che apparvero nelle loro serie Supergiant, anche se questi non sono mai stati considerati dal pubblico veri kaiju eiga. La violenza distruttrice causata da quel tipo di combattimenti era davvero massiccia, ma il ruolo degli esseri umani era perlopiù di osservatori inermi, visto che non venivano mai coinvolti direttamente in quel tipo di scontri. I mostri erano interpretati, nella maggior parte dei casi, da attori abbigliati di evidenti vestiti in gomma ed individuati come esseri anfibi di genere maschile.

Un’importante eccezione è rappresentata da Mothra che raffigurava una gigante falena realizzata anch’essa in gomma e fatta librare in aria tramite numerosi fili metallici. A livello di sceneggiatura, se escludiamo gli enormi sforzi realizzativi dei film degli anni Cinquanta, questi film non rappresentavano sicuramente qualcosa di molto originale, ma il pubblico sembrava unicamente interessato dalle scene di combattimento (anche se talune, soprattutto nella decade dal 1960 al 1970, furono realizzate con pochi soldi e quindi con risultati alquanto scadenti): il mostro gigante in questione, solo talvolta aiutato da altri mostri alleati, aveva come unico scopo la difesa della terra. Molto spesso accadeva anche che da un film all’altro, uno stesso mostro, passasse senza nessun motivo, dal ruolo di difensore del pianeta a ruolo di invasore e viceversa, sottolineando ancora una volta il pressappochismo dei soggetti delle storie in questione. In ogni film il ruolo degli scienziati e dell’esercito era pressoché ridotto all’inutilità di fronte a tali potenti esseri ed ogni volta si assisteva all’impotenza della scienza, che mai trovava una soluzione utile, e dell’esercito i cui armamenti venivano puntualmente disintegrati o spazzati via dai potenti raggi e dalle semplici pedate dei mostri.

Dalla fine degli anni Settanta in avanti, anche se una pausa lunga un decennio interromperà la realizzazione di film su Godzilla (nel 1975 venne realizzato Terror of Mechagodzilla), va indubbiamente notato un maggiore sforzo a livello di sceneggiatura con trame che implicano ogni genere di espediente fantascientifico, dai viaggi temporali all’importante ritorno di Honda Hishirō alla regia per l’ultimo episodio girato negli anni Settanta. Anche gli anni di produzione sono sospetti e poco chiari, ma questo sembra essere un problema standard che riguarda la revisione della pellicola. Vi è a volte una differenza fra l’anno di produzione e gli anni dell’effettiva uscita nelle sale ed anche fra gli anni del rilascio nel relativo paese natale ed il Regno Unito o gli USA.  Probabilmente la maggior parte degli anni citati sono definibili come date di emissione originali in Giappone. Il primo Godzilla fu tra l’altro comprato da Joseph E. Levine che escluse alcune delle scene originali e ne inserì di nuove dirette da Terry Morse, ed interpretate dal solo Raymond Burr, per rendere la pellicola più attraente al mercato americano. La versione modificata è stata realizzata negli USA nel 1956. Questa pratica è stata applicata numerose volte ai film provenienti dall’estero negli Stati Uniti durante gli anni Sessanta.

Nel 1966 la televisione nipponica trasmesse invece il primo episodio della serie Ultraman la quale conobbe molto successo, e dalla quale vennero realizzate numerose altre serie arrivando ad annoverare, ancora oggi, un buon numero di appassionati del genere. La serie di Ultraman, come abbiamo già detto, diede origine a numerosi altri eroi del piccolo schermo. Miike con il suo Zebraman ha svolto un lavoro molto singolare ed originale, mescolando vari elementi tipici di quelle serie televisive ad altri più vicini ai film su Godzilla, fino a citazioni di film americani che si ispirano chiaramente ai film di fantascienza degli anni Cinquanta. Complice l’ottima sceneggiatura di Kodō Kankurō il film riesce, tramite una valida commistione di elementi reali e fantastici a creare una narrativa vivace ed arricchita da citazioni quasi maniacali che fanno la gioia dei fan del kaiju eiga e non solo.  Queste citazioni si intrecciano lungo la storia rendendo possibili avvenimenti ritenuti impossibili dagli stessi personaggi presenti nel film.

Particolarmente riuscito risulta l’intreccio che vede gli alieni che invadono la terra nella trama del film, servirsi dei copioni andati dispersi della serie televisiva di Zebraman ambientata proprio nel 2010 (proprio l’anno in cui si svolge la storia della pellicola di Miike ) ed interrotta dopo soli sette episodi, per utilizzarli come piano d’attacco identico a quello degli alieni della serie televisiva.

Il recupero delle sceneggiature della serie, in possesso del direttore (Ōsugi Ren) della scuola elementare in cui insegna il protagonista Aikawa Shō, risulterà fondamentale per prevedere le mosse degli alieni e per permettere  al protagonista di affrontarli e sconfiggerli.

Il professor Ichikawa sfortunato e preso in giro dai suoi stessi figli, interpretato da Aikawa Shō (centesimo suo ruolo da protagonista in un film) rappresenta il fulcro morale dell’intera storia. Il suo infantilismo lo porta infatti ad isolarsi nella soffitta della propria casa e ad indossare ogni sera gli abiti, cuciti da lui stesso, di Zebraman, l’eroe della sfortunata serie di qualche decennio addietro. In questi momenti Ichikawa coltiva il sogno impossibile di diventare supereroe per sfuggire dalle delusioni che la vita gli ha finora riservato.

L’avvento degli alieni nella realtà sarà, poi, la scintilla che farà esplodere in lui la forza per diventare il vero Zebraman in grado di salvare il pianeta dando credito alla frase di un fan della serie su internet che dice: “Zebraman non è solo un supereroe, ma è credere nei propri sogni”.

MEGALOMANNei momenti in cui un giovane allievo di Ichikawa (anch’egli fan di Zebraman nonostante l’ assenza della serie dagli schermi ormai da anni) costretto sulla sedia a rotelle, racconta al suo maestro la poco fortunata storia della serie televisiva Miike ci mostra, tramite uno spot televisivo del telefilm, una perfetta ricostruzione a livello tecnico in tipico stile alla Ultraman. La pellicola è sgranata con l’ausilio del digitale e resa a 16 millimetri, la musica d’accompagnamento è interpretata nel tipico modo quasi lirico in cui venivano concepite le sigle degli eroi televisivi nipponici di animazione e non. In realtà Miike ha chiesto la collaborazione di Mizuki Ichirō, vero interprete dagli anni Settanta di numerosissime sigle di cartoni animati (tra le quali MazingaZ) e telefilm giapponesi, aumentando ulteriormente i riferimenti diretti con quel tipo di realizzazioni del passato.

Il livello di stilizzazione dell’epopea kaiju eiga è rintracciabile in questo lavoro, se si vanno ad analizzare gli effetti speciali legati alla realizzazione degli alieni che invadono la terra. L’utilizzo del digitale, infatti, permette una sorta di rivisitazione e rilettura parziale, rispetto ai film che utilizzavano attori vestiti con lattice, e regala inoltre chiari (e già citati) riferimenti al cinema americano più recente. In ogni caso la presenza di Zebraman interpretato da un Aikawa Shō vestito con indumenti tipici dei serials anni Settanta, resta una testimonianza tangibile di una stilistica fuori moda che non vuole e non può essere lasciata in disparte.

L’autorialità di un regista come Miike Takashi è uno degli aspetti più importanti ed immutati all’interno di molti dei suoi lavori.
Quest’autorialità, cioè la capacità di incanalare i vari messaggi filmici delle sue pellicole in percorsi già tracciati in precedenza, è comunque in grado, come nel caso di Zebraman e in molti altri, di ricreare un tipo nuovo di messaggio generato da una commistione di inventiva, citazionismo, rinnovamento costante. Il suo cinema è in grado quindi di rendere autoriale qualcosa di apparentemente commerciale e viceversa.

sussurrato da sushi | 01:51 | commenti (2)
 

 

"La vita è ciò che ti succede mentre sei affacendato a fare altro"...

...cantava John Lennon in una canzone dedicata al figlio Sean, nel 1980. Erano cinque anni che non faceva musica ed era elettrizzato al pensiero di riprendere a suonare e, proprio mentre era così affaccendato a fare altro, l'omicida gli ha sparato alle spalle, gli ha tolto la vita.

 

8 dicembre 1980
Ore 22:50 dell'8 dicembre 1980. La limousine bianca che riaccompagna a casa John Lennon e Yoko Ono raggiunge il Dakota Building, che sulla 72ma strada fronteggia Central Park e in cui vivono le star.
Yoko precede John. Nel breve tragitto che lo separa dall'entrata, l'ex Beatles incrocia e oltrepassa un fan a cui qualche ora prima, uscendo dal Dakota, aveva autografato una copia di Double Fantasy, l'album che a fine novembre aveva interrotto i suoi cinque anni di silenzio discografico. "Mister Lennon!". John si volta. Il fan ora impugna con entrambe le mani un revolver calibro 38. John tenta la fuga, viene raggiunto da quattro dei cinque proiettili esplosi dall'uomo. Non cade subito, barcolla fino all'ingresso del Dakota, poi crolla proferendo le sue ultime parole: "Mi hanno sparato". Lennon spira poco più tardi al Roosevelt General Hospital, dove arriva in condizioni disperate per la gravissima emorragia causata da quattro devastanti proiettili esplosivi. La notizia fa il giro della città e presto del mondo. Le radio diffondono le canzoni dei Beatles, le strade si riempiono di uomini, donne, ragazzi e bambini, chitarre e candele. Il giorno dopo, Pete Hammill scrive sul New York Magazine: "L'entrata dell'obitorio è sigillata da catena e lucchetto...In una cella frigorifera giacciono gli anni Sessanta...".

La conquista degli Usa
Nelle cronache dell'epoca l'impressione per la tragica fine di Lennon fu paragonata al lancinante dolore popolare per la perdita di John Kennedy. E pensare che i Beatles erano sbarcati negli Usa proprio pochi mesi dopo l'attentato al Presidente americano, avvenuto a Dallas nel novembre del 1963. L'8 febbraio del 1964 i Beatles portarono I Want To Hold Your Hand all'Ed Sullivan Show e l'America di colpo ritrovò il sorriso. L'emozione dell'8 dicembre 1980 si spiega solo in parte con quel ricordo, con l'amore per le canzoni e con la consapevolezza che i Beatles non si sarebbero potuti mai più ritrovare sullo stesso palco. C'è dell'altro. "John Lennon era un rivoluzionario" è la frase che ricorre più spesso nei discorsi di chi ancora oggi, a 25 anni dalla sua scomparsa, è chiamato a commentarne la figura.

Dall'utopia hippie al '68
E' vero, Lennon era un rivoluzionario. Ma fautore e ispiratore di una rivoluzione che non trova riscontro nelle utopie e nelle ideologie che intorno a lui si rincorsero da antagoniste nel 1968. Lennon era personalmente una rivoluzione "in progress", un itinerario individuale fatto di "prove" vissute sulla pelle, come l'esperienza lisergica, ma anche di scelte di campo contraddittorie, repentine marce indietro, tardive smentite, arrivando infine all'obiettivo: l'amore e la pace come scelta personale e intima, al di là dei leader, delle architetture sociali, dei modelli teorizzati, dei megafoni e delle barricate. Lennon era un individualista, diventato esperto in "totalitarismo musicale" grazie ai primi Beatles, che con le loro canzoni avevano innescato mode e manie di massa. Lennon diffidava di quella frenesia collettiva, che gli stessi Beatles avevano poi allontanato ritirandosi dalle scene per dedicarsi alla esclusiva creazione in studio. Ma era ben consapevole dell'influenza che i Fab Four avevano sulle menti di quella storica generazione.

La Rivoluzione
Arrivarono Sgt Pepper, la sbornia psichedelica del '67, i viaggi allucinanti a bordo dell'Lsd e quelli in India alla corte del Maharishi. E anche per i Beatles arrivò il '68, quando all'attesa pacifica di cambiamento dell'utopia hippie si sostituì la protesta vera e militante, la sinistra radicale, la rivoluzione culturale, l'attitudine alla resistenza "attiva", il maggio francese e la repressione della Convention Democratica di Chicago. Quando ogni canzone dei Beatles veniva scandagliata tanto nei campus universitari quanto negli uffici dell'Fbi. La rivoluzione. Durante le session del White Album, Lennon ignorò la prudenza apolitica di McCartney e spedì agli eserciti in campo il suo messaggio con il singolo Revolution: Consideratemi fuori - cantava John - voi che agitate libretti rossi, mi vedrete sulle barricate solo con un fiore...". Nello stesso periodo John consolidò la sua relazione con l'artista radicale Yoko Ono e i due diedero alle stampe il "pastiche" Unfinished Music N.1: Two Virgins e soprattutto la sua celebra copertina: John e Yoko nudi. Il manifesto della rivoluzione dell'amore, ricollegata alla controcultura beat, da completare non nelle strade ma a letto, altro che capitalismo, comunismo, anarchia o utopia.

Yoko e il Bed-In
John sposò Yoko il 20 marzo del 1969. Durante la luna di miele i due attuarono il celebre Bed-In For Peace all'Amsterdam Hilton, facendosi trovare dalla stampa e dai fotografi a letto, in una camera d'albergo tappezzata di cartelli con su scritto "Pace". E proprio durante il Bed-In nacque l'inno Give Peace a Chance, che ancora oggi risuona in qualsiasi manifestazioni pacifista. Nel 1970 i Beatles si sciolsero e l'anno dopo Lennon e Yoko Ono si trasferirono a New York. Dove John portò all'estremo, in termini artistici ed esistenziali, i tratti della sua personalità, tra altissime vette e pesantissime cadute. Alternando la sincerità e l'isolamento di John Lennon/Plastic Ono Band al sostegno dei radicali Abbie Hoffman e Jerry Rubin, la pubblicazione di un capolavoro universale come Imagine (1971) a un album di canzoni politiche semplicistiche come Sometime in New York City (1972).

La crisi
Album che minò il suo appeal politico e inaugurò un lungo e critico periodo. Dal braccio di ferro con il dipartimento dell'Immigrazione che lo voleva fuori dagli Usa alla crisi nel rapporto con Yoko Ono, tra 1973 e 1975 Lennon visse una buia parentesi. Si trasferì a Los Angeles, dove riprese lo stile di vita disordinato della gioventù. Tra un party e l'altro strinse un sodalizio con Elton John, che favorì la sua riappacificazione con Yoko e ospitò Lennon sul palco di un suo concerto in quella che sarà l'ultima apparizione dal vivo dell'ex Beatles. John chiuse la parentesi negativa pubblicando nel 1975 un atto d'amore per la musica dei suoi anni verdi, Rock'n'Roll , e ottenendo finalmente la "green card". Da quel momento si dedicò alla famiglia e alla crescita di Sean, il figlio che gli diede Yoko. New York era finalmente la sua casa.

New York: Double Fantasy
Ricorda il cantautore Elliott Murphy, intervistato da Kataweb Musica nel 2000: "A New York John si sentiva libero, libero di andare a spasso con Yoko Ono e se lo salutavi lui rispondeva. Ho un ricordo molto divertente di quando gli fui presentato per la prima volta in un club di New York, negli anni Settanta. Era il periodo in cui aveva litigato con Yoko e usciva con Harry Nilsson, andava in giro a bere come un disperato. Ero scioccato, emozionato. Gli dissi: Cosa stai facendo adesso? E lui: Cosa pensi che stia facendo, mi sento fottuto! Era un bel tipo, molto spontaneo". Solo nel 1980 John tornò a eccitarsi all'idea di incidere un disco. Quello che sarà il suo testamento musicale, Double Fantasy, uscì a novembre. Ottenne buone recensioni. Dopo l'assassinio, sarà numero uno in tutto il mondo.

Mark David Chapman
L'uomo che ha ucciso John Lennon si chiama Mark David Chapman. All'epoca aveva 25 anni. Dopo aver sparato, non fugge. Al momento dell'arresto, gli viene trovata addosso una copia della sua "guida spirituale": Il giovane Holden di Salinger. Alla polizia dichiara di aver agito in preda a due forze incontrollabili. Una gli diceva di farsi fare l'autografo e di andar via. L'altra lo spronava a uccidere il suo idolo: "Do it, do it, do it...". Demoni, li definisce Chapman. Un giovane dall'alto quoziente di intelligenza con un passato fortemente contraddittorio, fatto di impegno al servizio del prossimo e tossicodipendenza, matrimonio e alcolismo, brillantezza professionale e vita vissuta di espedienti. Aveva amato i Beatles. E aveva amato Lennon fino al giorno in cui John dichiarò che i Fab Four erano più famosi di Gesù. John era stato il suo idolo. Ma era ricco, famoso e per di più blasfemo. Lui era povero e senza identità. Mark decide di rubare la celebrità a John Lennon.

L'assassino in libertà?
Davanti al Giudice, Mark David Chapman chiede di essere giudicato per il suo delitto senza avvalersi della testimonianza dei periti che ne avrebbero sottoscritto l'impossibilità di intendere e di volere. Nel 2000 Chapman finisce di scontare la condanna a vent'anni nel carcere di Attica (presso Buffalo, Stato di New York) dove è tutt'ora rinchiuso. Da allora, per tre volte (2000, 2002 e 2004) la commissione per la Liberta Vigilata nega una scarcerazione che Chapman non ha mai chiesto. La pratica tornerà sulla scrivania dello speciale tribunale l'anno prossimo. Yoko Ono ritiene Chapman - lo comunicò alla commissione nel 2000 - ancora un pericolo per la sua famiglia. Tra i fan c'è chi raccoglie firme perché l'assassino di John Lennon marcisca in cella. Ma c'è anche chi lo attende fuori per fargliela pagare. La rivoluzione deve sbocciare dentro. Non sempre accade.

 

sussurrato da sushi | 01:27 | commenti