[....Vivo come un cammello in una grondaia, in questa illustre e onorata società!
E ancora, sto aspettando, un'ottima occasione per acquistare un paio d'ali,
e abbandonare il pianeta.
E cosa devono vedere ancora gli occhi, e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste il male...
se fossi un po' più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene, e inutili dolori....]


SAKURA


[...In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita nell'incerto cammino del ritorno...]



[...shizukani tokino kizuni kurushimu murewo kundewa tobanai taka furuki oshiewo tadotte kokoronomamani konokanashimiwo norikoete...]





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J.Carpenter


D.Aronofsky


W.K.Wai


S.Lee


Miike Takashi


Tim Burton


David Lynch





...quanti elefanti saranno mai passati di qua??!!
*loading*...elefanti si dondolavano
sopra il filo di una ragnatela
e considerando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante...

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domenica, febbraio 25, 2007
 


Posta celere
(JUNK
MAIL)

Sceneggiatura E Regia: Pal Sleatune
(Norvegia, 1997)

Nottata insonne condita da questa commedia degli equivoci con risvolti "neri", "Posta celere" sembrerebbe una sorta di "Fuori orario" in ambienti scabri e lividi tirato su con più sarcasmo e meno follia. Il protagonista è un postino dall'aria perennemente depressa col vizio perverso di curiosare nella posta che consegna e fin'anche, all'occorrenza, disposto a introdursi di soppiatto negli appartamenti altrui. Così è che suo malgrado perviene a salvare la vita a una graziosa, suicida lavandaia sorda, e così è che d'improvviso si trova coinvolto in un giro di loschi e pericolosi affari, fino all'impagabile lieto fine. Se il tono del film, spezzato in una costante, affannosa aritmia, regala più di una sorpresa e si rivela la sua carta vincente, non convince invece la descrizione d'ambiente che troppo spesso, più che un paesaggio malsano o irrespirabile, fotografa un gusto del posticcio non solo decadente, direi, ma che a forza di evidenza diventa soprattutto un po' falso. Espedienti inutili, tanto più che il regista norvegese si dimostra assai abile nel creare dal niente la confusione, nel survoltare una qualunque situazione a base d'imprevedibilità e d'ironici pasticci, come tutta la sequenza prima del finale meglio di ogni altra può esemplificare. Questo "sordido" norvegese conserva insomma una certa grazia, come se lo sguardo che lo mette in scena, audace di contrasti, ridesse, appropriatosi infine commosso del suo mondo greve, prima di tutto su se stesso.

sussurrato da sushi | 15:21 | commenti (1)


giovedì, febbraio 15, 2007
 
Dalla "scienza del sogno" all'"arte del sogno".

Ovvero la visione "razionalista/tecnicistica" di marca statunitense del titolo originale (rivolta però all'ironia, da un autore francese, seppur residente a New York), alla visione esplicita e ben poco fantasiosa della traduzione italiana. In questo slittamento semantico si perde gran parte dell'efficacia dell'opera, per lo meno dal punto di vista del suo proposito: che non è quello di celebrare idealisticamente il mondo dei sogni, quanto di indagarlo, partendo da una domanda: come impiegare l'altra metà dell'esistenza, quella che trascorriamo dormendo, quando siamo inermi e incapaci di governare i nostri impulsi e desideri?
Ecco dunque che Stéphane cerca una scienza, un "metodo", come quando si applica a controllare il movimento delle palpebre durante il sonno in modo da poter governare la direzione dei sogni. Ma questa mania del controllo gli si ritorce contro nel momento in cui il sogno, minacciato da tanta scienza che lo insegue e lo insidia con mille strategie, finisce per ossessionarlo a tal punto da invadere la vita da sveglio, mischiandosi ad essa. Non possiamo alla fine non chiederci cosa sia reale, e se davvero la vita non sia solo un sogno dentro il sogno, come sostengono Shakespeare e Calderon de la Barca.

Michel Gondry appartiene a quella schiera di registi che sono noti più per la particolarità del loro immaginario trasferito su pellicola che per i contenuti dei loro film. Quei registi che, pur lavorando in generi diversi, sono diventati un punto di riferimento specialmente per come sanno manipolare l'immagine evitando (volontariamente o meno) gli effetti digitali. Un elenco che va da Hitchcock a Michael Powell, da Mario Bava a Tim Burton, fino appunto a Michel Gondry. Una tradizione, come si può vedere, per lo più europea.


Ne L'arte del sogno, conquistata la fiducia dei produttori con i due lungometraggi precedenti (Human nature e Se mi lasci ti cancello), Gondry ha finalmente la possibilità di realizzare un film il cui soggetto principale non è più l'intreccio della trama o il carattere dei personaggi ma il suo immaginario. Nonostante la presenza di una storia, L'arte del sogno è una lunga dissertazione sull'illusione del cinema. "Illusione" perchè è proprio quello l'obiettivo di Gondry. Anche quelle rare volte in cui usa effetti interamente digitali, il regista francese ha sempre lo scopo di ingannare lo spettatore. E questo lo sa bene chi segue il regista francese fin dai suoi esordi nel mondo della pubblicità e dei videoclip, due tipologie di produzione nelle quali Gondry ha potuto esprimere al meglio la sua idea di "fascinazione artigianale" del cinema.
Poco importa che il trucco sia evidente: è proprio di questa percezione della messa in scena che si nutre il cinema di Gondry.

In uno dei molti sogni il protagonista de L'arte del sogno si immagina dotato di grosse mani con le quali picchia i colleghi: è subito evidente allo spettatore che le mani giganti sono estensioni di gomma, ma nell'inquadratura successiva queste mani innaturalmente grosse si muovono perfettamente come mani vere. Per fare questo Gondry ha usato mani di gomma ma, quando queste dovevano muoversi, ha allestito un set in miniatura all'interno del quale le mani reali di Bernal sembrassero gigantesche.

Un altro trucco che ben spiega la visione del cinema del regista francese è uno dei preferiti di Gondry, e sta subito all'inizio del film: una macchina da presa montata su un piatto e puntata sul piatto stesso che gira vorticosamente e sul quale vengono poi versate di volta in volta vernici colorate che la forza centrifuga fa spandere, ottenendo così l'effetto finale di esplosione di colori che accompagna i titoli di testa.

L'immagine seguente poi mostra il protagonista all'interno di un finto studio televisivo fatto di cartapesta, ma incredibilmente funzionante, che spiega come siano composti i sogni. In questa piccola introduzione c'è tutto il succo del film, l'immaginario artigianale, difettoso e romantico del suo autore, fatto di oggetti creati artigianalmente e appositamente difettosi, storti e di fattura scadente perchè (e sono parole di Gondry) "sono più poetici". Ma non sono solo questi oggetti le imperfezioni volute del film. Anche le molte animazioni in stop motion che caratterizzano la pellicola contengono dei grossolani difetti: "Quello che ha sempre in mente è un tipo di animazione molto cruda", spiega Cédric Mercier, uno degli animatori. "Qualcosa che sia contemporaneamente amatoriale ed energetico, così da riflettere il carattere fanciullesco del creatore. Cose che non hanno nulla a che vedere con l'animazione in stile Tim Burton, niente motion control. Ho dovuto addirittura lottare per avere una videocamera test con la quale controllare l'animazione a mano a mano che andavamo avanti. Era solo una telecamera attaccata ad un portatile, ma Michel voleva proprio che il risultato fosse percepito come improvvisato. Addirittura alle volte cambiava la posizione delle luci durante le riprese di un'animazione! E più venivano scadenti più ne era contento".

Neanche a dirlo, il film è girato tutto quanto in 35mm, con l'uso di una particolare pellicola in grado di mantenere costante il grado d'illuminazione, fornita per la prima volta dalla Fuji proprio per le riprese in stop motion. I ritocchi al computer invece sono pochissimi, e utilizzati per lo più per correggere le imperfezioni dell'animazione o dei trucchi dal vero, come la presenza evidente di fili.

Non è stato nemmeno usato il blue screen per gli sfondi. Gondry infatti si è chiuso due mesi nella sua casa di campagna per realizzare con un team tutte le animazioni che sarebbero servite per i fondali ben 6 mesi prima dell'inizio delle riprese del film. In questo modo, nelle scene che lo richiedevano, anzichè far recitare gli attori davanti a una parete blu, ha potuto proiettare direttamente le animazioni sullo sfondo dando la possibilità agli attori di interagirci.
sussurrato da sushi | 00:31 | commenti