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Il compimento di quarantacinque anni di visioni inedite e racconti straordinari al limite dell'inconsueto sono solo uno dei pretesti - non l'ultimo, non il minore - per il più completo omaggio che mai sia stato dedicato all'opera di Werner Herzog. L'iniziativa del Museo Nazionale del Cinema, in partecipazione con numerosi partner, comprende la retrospettiva completa al Cinema Massimo dei 52 film realizzati sinora dal regista tedesco (corto, medio e lungo metraggi, 36 dei quali in copie nuove, ristampate per l'occasione), una mostra multimediale (fotografie, film di montaggio e video installazioni) alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, un cine-concerto al Piccolo Regio di Torino, un workshop alla Scuola Holden e la pubblicazione di una monografia con l'Editrice Il Castoro.
La rassegna è a cura di Stefano Boni, il libro (che comprende, tra l'altro, una lunga intervista di Herzog, realizzata per l'occasione) è a firma di Grazia Paganelli. La mostra s'inaugura martedì 15 gennaio alla presenza del regista (che si fermerà in città per l'intera settimana), mentre la chiusura è prevista per il 10 febbraio. Tanti i motivi di un omaggio così articolato: perché troppi ancora non hanno avuto modo di vedere i suoi film, unici, preziosi e poco o mal distribuiti; perché l'opera di Herzog rappresenta un contributo fondamentale alla definizione di ciò che chiamiamo cinema «moderno», con i suoi interrogativi, la sua problematicità, la sua ansia di esplorare i confini del linguaggio e della visione; perché fare l'esperienza dei suoi film significa modificare per sempre le nostre abitudini di spettatori abitudinari e passivi. Si potrebbe continuare, ma ciò basta per rendere l'idea dell'importanza del suo lavoro, e del suo carattere singolare e irripetibile.
E' vero che l'esordio di Herzog coincise con il successo delle «nouvelles vagues» all'inizio degli anni Sessanta, ma è anche vero che il regista preferì defilarsi subito, scegliendo per sé una posizione volutamente marginale che mantiene tutt'oggi. Non proveniva dai ranghi della cinefilia come molti altri, non aveva prima esercitato il mestiere del critico o dell'assistente alla regia, non aveva frequentato le scuole di cinema (se non una a New York, abbandonata dopo poche settimane, in totale disaccordo con i metodi di insegnamento), non s'identificava in alcun movimento, al punto che si rifiutò di firmare lo storico «Manifesto di Oberhausen» che segnò la nascita del Nuovo Cinema Tedesco nel 1962.
Eppure, se c'è un autore che ha incarnato, e continua a farlo, l'inesausto desiderio di dar vita a immagini inedite, che persegue l'obbiettivo di fare a meno di tutte le convenzioni accumulate dal cinema nei primi decenni della sua esistenza, che insegue il miraggio di una purezza originaria sin dentro l'orrore delle apocalissi contemporanee, che sembra in sintesi voler rimettere in discussione l'essenza stessa del fare cinema ogni volta che si appresta a realizzare un nuovo film, ebbene questi è Herzog. Molti dei suoi lavori si sarebbero un tempo chiamati documentari, se il suo modo di girarli non avesse reso obsoleta e inadeguata la vecchia definizione.
Per contro, molti dei suoi film «di finzione » debbono moltissimo ad un approccio di tipo documentario alla materia di cui sono fatti. Le sue prime opere («Segni di vita», «Anche i nani hanno cominciato da piccoli», «Fata Morgana», «Paese del silenzio e dell'oscurità») sembrano già contenere i suoi film più recenti o, se si preferisce, negli ultimi si ritrovano echi profondi delle sue primitive preoccupazioni («Il diamante bianco», «L'ignoto spazio profondo», «Grizzly Man», «Encounters at the End of the World», che a Torino sarà proiettato in anteprima europea).
Il grande pubblico ricorda probabilmente i suoi film di maggior successo, che ebbero una conobbero una discreta diffusione negli anni Settanta («Aguirre, furore di Dio», «Fitzcarraldo», «L'enigma di Kaspar Hauser», «Cuore di vetro», «Nosferatu»), ma è nei cortometraggi o nei film cosiddetti minori che le sue preoccupazioni sembrano assumere una dimensione più esplicita o radicale.
Come in «La grande estasi dell'intagliatore Steiner», dove l'autore s'interroga sul limite oltre il quale il salto dal trampolino con gli sci può significare la morte sicura per l'atleta, o in «La Soufrière », insensata incursione su un'isola vulcanica minacciata da un'incombente eruzione che per fortuna poi non avvenne. Allo stesso tempo, i suoi film costituiscono un'interrogazione radicale sul tema del linguaggio e della comunicazione, sui rapporti fra le immagini e la musica, sull'infinita bellezza della natura e la sua inevitabile (perché originaria) corruzione, sugli abissi insondabili delle contraddizioni di cui il nostro mondo è pieno. Un'esplorazione affascinante e pericolosa, nella quale la catastrofe è costantemente in agguato, e perdersi è un sinonimo per ritrovarsi.
Geniale narratore di storie insolite, Herzog è anche l'ultimo erede della grande tradizione del romanticismo tedesco. Un umanista visionario, un viaggiatore instancabile votato a un nomadismo perpetuo e incessante, che da sempre percorre il mondo in lungo e in largo all'inseguimento disperato di una qualche forma di verità. O, come ebbe a dire in una delle numerose (e tutte straordinarie) interviste: «alla ricerca di un luogo decente e conveniente per l'uomo, un luogo che è talvolta un paesaggio utopico».
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