[....Vivo come un cammello in una grondaia, in questa illustre e onorata società!
E ancora, sto aspettando, un'ottima occasione per acquistare un paio d'ali,
e abbandonare il pianeta.
E cosa devono vedere ancora gli occhi, e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste il male...
se fossi un po' più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene, e inutili dolori....]


SAKURA


[...In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita nell'incerto cammino del ritorno...]



[...shizukani tokino kizuni kurushimu murewo kundewa tobanai taka furuki oshiewo tadotte kokoronomamani konokanashimiwo norikoete...]





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D.Aronofsky


W.K.Wai


S.Lee


Miike Takashi


Tim Burton


David Lynch





...quanti elefanti saranno mai passati di qua??!!
*loading*...elefanti si dondolavano
sopra il filo di una ragnatela
e considerando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante...

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sabato, aprile 19, 2008
 

My Blueberry Nights

Rendere attraverso gesti semplici idee complesse. Sembra libero il linguaggio illusionista del cinema, e invece è così facile disciplinare e asservire le emozioni... Di quale emozione si tratta questa volta? È doloroso essere lasciati. E, nella vasta, infinita America lunga quasi 10 mila chilometri semidesertici, chissà perché essere abbandonati da chi ami pazzamente (sia esso un padre che non vedi più perché ti si è incorporato addosso, o l'uomo che vuole intrappolarti eternamente come sua Regina) è davvero più insostenibile ancora. La banalità del dolore ti acceca. Ci sono meno reti di sicurezza. Sprofondi nel vuoto facilmente. E allora vodka, whisky, il brivido del gioco estremo, la velocità pazza di una fuoriserie che ti sbatterà contro un albero...Davanti a tutto questo inferno arrivano gli anticorpi: il buio, il dark, preferibilmente; la mobilità interiore di un ex maratoneta diventato sedentario barman; la freddezza apparente di una gambler, professionista della telesina; la dolcezza immensa di chi ha trovato il trauma giusto per crescere, allontanandola dal luogo del misfatto e dalle sue chiavi; la scrittura di una lettera che, a differenza della parola, ti abitua al controllo, alla Legge, alla disciplina, soprattutto se provieni dalla cultura dell'ideogramma.... Un metodo per capire se qualcuno mente o dice la verità.
Il regista cinese Wong Kar-wai sa fare la pubblicità, dunque dice magnificamente le bugie, e, proprio come chi mente bene, sa anche prescinderne. E ama riprendere, e in primissimo piano, abbracciante e avvolgente, chi reagisce alla brutta botta, piange, dorme d'alcool, mangia avidamente, e ne protegge, dal minaccioso spazio esterno, e dalle luci abbaglianti, lo sguardo puro e l'impuro incedere. Ma non siamo allo spaccio di narcisismo, allo spot dell'«individualismo celibe». Esercizio anzi di cudeltà e sadismo cinese, insostenibile, per gli attori, spesso deformati. Anche quando si dispone di un cast che ipnotizza per bravura, a cominciare da Natalie Portman, Jude Lowe, David Stathairn e Rachel Weisz. E di due esordienti, ma idoli del sound contemporaneo, che non canteranno mai nel film, come Norah Jones e Chan Marshall-Cat Power (lo fa Otis Redding per loro, Dock of he Bay mai aveva trovato sfondi, trasparenze e neon così convincenti). Per dire due o tre cose non banali sull'America, il cinese di Hong Kong Wong Kar-wai ha allineato alcuni oggetti e stereotipi della mitologia hollywoodiana. Li ha messi al muro, non li fa muovere. Non c'è mai il Wenders dell'esotismo prensile, nel film. A partire dalla torta di mirtilli di nonna Papera, quel dolce oggetto del benessere tipicamente Usa (proprio come la violenza) e che dà il titolo vero all'opera, My Blueberry Nights (da noi «Un bacio romantico»). E permette all'operatore Darius Khondji alcuni virtuosismi sensuali underground fin dai titoli di coda. E alla protagonista Elizabeth (Norah Jones), lasciata dopo 5 anni dal fidanzato con il cuore a pezzi, di iniziare, con qualche piacevole sensazione, ma ingrassante, il restauro della sua emotività. Una prima pausa dall'incubo è un barman per amico (Jude Law), poi attraversa al buio tutto il paese, dal sud al west, dal Tennessee al Nevada, ammazzandosi di lavoro, triste relitto (come Marilyn in Bus Stop, in fuga da sè), senza accorgersi (abbasso internet) che ha proprio a portata di penna e di labbra l'angelo della sua trasformazione. Poi il poliziotto distrutto dall'alcool e da un altro amore andato in acido (che tirerà fuori la pistola, quando il copione avrà bisogno di un brivido); l'automobile sulla Route 66, che è il simbolo stesso del roadmovie; il poker perdente, fino quasi alla fine della notte, come in un George Stevens (L'unico gioco in città); il locale di Manhattan, il Caffè di Jeremy, l'ex maratoneta che si fermò per amore, e fu dimenticato dal lei sul posto, a sottolineare che la spazialità del film è l'interno, si indaga nelle interiorità delle passioni devastanti qui. Più ancora che ai negozietti e ai siparietti di Wayne Wang, lo scrittore Lawrence Block, cui è interamente lasciata la tastiera sentimentale, implicitamente allude a quel certo localino di H. C. Potter anni '40, l'unico posto italo-Usa dove Cagney ritrovava l'intimità. Una rapsodia in blu romantica, nelle fessure del sogno americano, dove si intrufolano alcuni diavoletti. L'America è altro da noi. È ai confini della realtà. Mente troppo.

sussurrato da sushi | 15:43 | commenti (1)